Trump: “Non ho bisogno del diritto internazionale, mi basta la mia morale” - di Alessandra Quattrocchi

Foto ONU

NEW YORK\ aise\ - "C’è un passaggio della lunga intervista rilasciata da Donald Trump al New York Times che indica chiaramente la sua visione del mondo: il suo potere di comandante in capo è limitato solo dalla sua “morale personale” e non da costrizioni esterne. La domanda era se ci fossero limiti al suo potere: “Sì, c’è una cosa. La mia morale personale. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi”. E ancora: “Non ho bisogno del diritto internazionale. Non cerco di fare del male alle persone”. A un’altra domanda sul diritto internazionale, Trump ha detto: “Io lo rispetto”: con limiti. Perché “Dipende da qual è la definizione di diritto internazionale”. Parole che ricordano bizzarramente il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che in ottobre, parlando del sequestro delle navi della Freedom Flotilla da parte di Israele, disse in tv che “comunque quello che dice il diritto è importante, ma fino a un certo punto” (provocando un vespaio di polemiche)". Ne ha scritto in queste ore Alessandra Quattrocchi sulle pagine della testata "La Voce di New York", diretto da Giampaolo Pioli.
"In verità gli Stati Uniti hanno sempre fatto il bello e il cattivo tempo fuori dai propri confini, arrogandosi il diritto di dichiarare guerra, bombardare e intervenire per cambiare il governo di altri paesi. In questo non c’è nulla di nuovo, fin dal 1823 quando il presidente James Monroe teorizzò in un messaggio al Congresso la sua dottrina, sintetizzabile come “America to Americans”: metteva in guardia l’Europa dall’immischiarsi nel continente americano. Corollario, l’influenza del potere Usa si estendeva a tutto il continente. Quasi un secolo dopo, Theodore Roosevelt – nel 1904 – esplicitava il diritto degli Stati Uniti a intervenire in paesi che non avevano governi giusti secondo Washington.
Due cose cambiano nell’era Trump, però.
La prima: in seguito al secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti hanno almeno di facciata partecipato alla maggior parte degli organismi internazionali e tenuto in conto il multilateralismo come metodo di gestione del mondo. Nella pratica questo spesso non è stato vero, ma Trump rivendica apertamente – fin dal suo primo mandato – il diritto di ignorare le Nazioni Unite e bypassare ogni forma di rispetto per le alleanze internazionali.
La seconda cosa è che la dottrina trumpiana “America First” non si pone nemmeno di facciata obbiettivi nobili. Gli Stati Uniti invasero il Vietnam, l’Afghanistan, l’Iraq cercando giustificazioni nel diritto internazionale e proclamando l’intento di restaurare o portare la democrazia. Donald Trump ha attaccato Caracas e ha arrestato Nicolàs Maduro per mettere le mani sul petrolio venezuelano: non lo nega, anzi lo afferma.
L’intervista al New York Times è la teorizzazione più esplicita finora della visione trumpiana del mondo: la forza, e non le leggi, i trattati e le convenzioni, deve essere il fattore decisivo nello scontro fra le nazioni.
Questo, gli alleati europei e gli alleati della NATO lo sanno benissimo, e giostrano fra attacchi e blandizie (e fra paura e ammirazione…) A preoccupare l’UE, attualmente, più ancora della questione mediorientale, c’è l’affaire Groenlandia: l’isola che Trump vuole. Semplicemente perché ritiene gli sia utile, commercialmente e strategicamente. Invaderla, comprarsela, tutte le opzioni sono sul tavolo.
L’enorme territorio artico un tempo faceva parte della Danimarca (membro sia dell’Ue che della NATO), e tuttora è un suo territorio autonomo, governatore da Copenaghen in materia di politica estera, anche se ha la possibilità legale di dichiararsi indipendente – non ancora attuata – e in base a un trattato firmato molti decenni fa, gli Stati Uniti avrebbero il diritto di piazzare delle basi militari nell’isola (ne resta una sola, la base aerospaziale Pituffik, oltre il Circolo Polare Artico).
Trump ha dichiarato l’acquisizione della Groenlandia materia di sicurezza nazionale. Quando il corrispondente del New York Times alla Casa Bianca David E. Sanger gli ha chiesto perché non abbia semplicemente scelto di riaprire le basi militari, è stato schietto, insistendo sul fatto che il possesso è un’altra cosa. “Penso che la proprietà ti dia qualcosa che non puoi ottenere con… un affitto o un trattato”, ha detto, “è la cosa che sento psicologicamente necessario per il successo”. Una frase che da sola dice tutto.
Ma è più importante ottenere la Groenlandia o preservare l’alleanza Nato? Trump ha rifiutato di rispondere, però ha ammesso che “potrebbe essere una scelta” tra le due opzioni.
E tuttavia, c’è ancora di più: l’impressione che Trump non pensi di agire solo in quanto presidente degli Stati Uniti. Che quando dice “mi basta la mia morale personale”, espliciti l’idea di essere stato investito, lui personalmente, di un potere quasi messianico; come un sovrano d’altri tempi, unto con l’olio benedetto, convinto di avere una investitura divina.
Nel primo discorso dopo la vittoria elettorale, nel novembre 2024, lanciò un riferimento all’attentato subìto in luglio: “Qualcuno mi ha detto che Dio mi ha risparmiato per una ragione. E ora completeremo la missione: manterrò le promesse.” Una interpretazione religiosa che era già stata parte del suo discorso pubblico, e della narrazione che la sua campagna elettorale ha costruito dalla Convention repubblicana in poi, e che oggi viene ribadita dal suo entourage". (aise)