TvSvizzera/ L’italianità che ha costruito il Vallese, quando l’emigrazione diventa patrimonio

BERNA\ aise\ - “Quando si parla di patrimonio culturale immateriale, il pensiero corre spesso a un rito, a una festa o a un sapere artigianale. Nel Vallese, una voce della Lista delle tradizioni viventi in Svizzera allarga invece lo sguardo a una storia di mobilità, lavoro e scambi: l’italianità nel Vallese. Una presenza che nei secoli ha contribuito a trasformare l’economia, la cultura e la vita sociale del Cantone e che oggi è riconosciuta come parte del patrimonio culturale immateriale svizzero”. Ne scrive Riccardo Franciolli in questo pezzo pubblicato su TvSvizzera.it, testata giornalistica multimediale del servizio pubblico svizzero.
““Si è passati dalle politiche antistranieri degli anni Settanta a una situazione in cui si riconosce l’italianità come elemento fondante del patrimonio culturale immateriale”, sottolinea Domenico Mesiano, presidente dell’associazione ItaliaValais. A suo avviso, il riconoscimento istituzionale è il segno di un profondo cambiamento nel modo in cui la società vallesana guarda alla propria storia migratoria. “La proposta è arrivata attraverso il lavoro di una commissione cantonale istituita nel 2010. Questo significa che il clima era totalmente cambiato: non erano arrivate solo braccia, ma erano arrivati uomini”.
La presenza italiana in Vallese non nasce con i grandi cantieri ferroviari. Ben prima che le gallerie e le grandi opere richiamassero migliaia di lavoratori, i rapporti tra il Cantone e l’Italia settentrionale attraversavano già da secoli il Sempione. Nel Medioevo, commercianti e banchieri lombardi attraversavano il Sempione e si stabilivano nelle principali località del Cantone, alimentando scambi economici e culturali. “Tanto che a Sion c’è una via a loro dedicata, la Rue de la Lombardie”, chiosa Mesiano.
Dal Rinascimento in poi, artigiani, artisti e commercianti provenienti dalla Lombardia e dal Piemonte introdussero competenze nella lavorazione della pietra, del rame e dello stagno. In un Cantone prevalentemente agricolo e pastorale, vasai, calderai, calzolai, arrotini e venditori ambulanti contribuirono a trasformare l’economia e la vita quotidiana delle città della pianura del Rodano e delle valli laterali.
Quei rapporti non erano soltanto commerciali. Matrimoni, padrinati e reti familiari consolidarono nel tempo una fitta trama di relazioni attraverso le Alpi, gettando le basi di una vicinanza destinata a rafforzarsi nei secoli successivi.
La migrazione italiana assunse una nuova dimensione con l’industrializzazione della seconda metà dell’Ottocento. Artigiani e operai, spesso provenienti dai villaggi piemontesi, arrivarono in Vallese in modo stagionale o definitivo. Portarono con sé un sapere legato soprattutto alla pietra e parteciparono alla costruzione di strade, dighe e infrastrutture.
Lo scavo dei tunnel del Sempione e del Lötschberg, lo sviluppo delle industrie elettriche, chimiche e metallurgiche nella pianura del Rodano, nonché i lavori di canalizzazione, richiamarono migliaia di lavoratori stranieri, in prevalenza italiani. Nello stesso periodo, molti vallesani prendevano la direzione opposta e partivano per Argentina, Brasile o Stati Uniti. La migrazione non seguiva una sola rotta.
Questa storia non è però solo un racconto lineare di integrazione riuscita. Non vanno dimenticate le dure condizioni di lavoro, gli alloggi provvisori lungo la linea del Lötschberg, gli scioperi e la loro repressione da parte di soldati e gendarmi. “La figura dell’operaio italiano fu spesso caricata di sospetti e paure sociali”, sottolinea Mesiano. Carlo Dellberg, futuro fondatore del Partito socialista vallesano, lavorò a 15 anni nello scavo del Sempione: un’esperienza che avrebbe orientato il suo impegno a favore dei sindacati operai.
A segnare profondamente la memoria collettiva è stata soprattutto la tragedia di Mattmark del 1965, che costò la vita a 88 lavoratori, di cui 56 italiani. “Dal punto di vista storico, si è trattato di rendere giustizia al sacrificio di quei lavoratori, perché effettivamente c’erano state delle responsabilità e delle negligenze”, ricorda Mesiano, che in veste di presidente del Comitato ad hoc Mattmark ha coordinato le commemorazioni del 2015, del 2025 e le successive iniziative, sottolineando a più riprese l’importanza di preservare questa memoria sia per la storia dell’emigrazione in Svizzera, sia per il tema della sicurezza sul lavoro.
“Il Cantone lo ha riconosciuto chiedendo pubblicamente scusa. E in occasione del sessantesimo anniversario abbiamo proposto la creazione di un memoriale, non considerando più Mattmark soltanto una tragedia dell’emigrazione, ma una tragedia del mondo del lavoro”. [Il memoriale verrà inaugurato il 29 agosto a Saas-Grund, ndr.].
Con il passare delle generazioni, le tracce dell’immigrazione sono diventate parte del paesaggio economico e sociale. Basti citare le missioni cattoliche, le colonie italiane, la Società Dante Alighieri, i club di calcio e le compagnie teatrali. La Missione cattolica italiana fu creata a Naters, nell’alto Vallese, nel 1912. Il tessuto associativo ha costituito a lungo uno spazio per praticare la lingua, coltivare legami e negoziare l’appartenenza alla società locale.
Un ruolo cruciale è stato giocato anche dalle organizzazioni sindacali e religiose locali. “L’integrazione non si è limitata alla vita quotidiana, ma ha coinvolto anche gli organismi decisionali”, spiega Mesiano. “I rappresentanti delle comunità italiane sono entrati a far parte delle commissioni della Chiesa e delle parrocchie. Parallelamente, anche i sindacati hanno iniziato a includere nei propri quadri dirigenti lavoratori di origine migrante”.
Anche le famiglie e le imprese raccontano questa trasformazione. Dall’edilizia all’industria alimentare, numerose aziende fondate da famiglie di origine italiana hanno contribuito allo sviluppo del Vallese.
Il caso Gianadda è emblematico. Léonard Gianadda, nipote di un muratore piemontese, ha dato vita a Martigny alla Fondation Pierre Gianadda, istituzione culturale ormai nota ben oltre il Cantone e la Svizzera. “Il passaggio dai cantieri al mecenatismo non descrive un semplice successo individuale: indica quanto una storia migratoria possa entrare nel patrimonio culturale di una regione”, aggiunge Mesiano.
La stessa continuità emerge nelle arti. Il regista Denis Rabaglia, nato a Martigny da famiglia d’origine italiana, ha raccontato in più occasioni il rapporto tra migrazione, identità e appartenenza. Nel film Azzurro segue il viaggio in Svizzera di un ex lavoratore italiano (interpretato da Paolo Villaggio) emigrato a Ginevra, mentre in Marcello Marcello trasforma una tradizione immaginaria ambientata nell’Italia degli anni Cinquanta in un racconto di comunità e riconciliazione.
Il riconoscimento istituzionale non deve tuttavia trasformare la vicenda in un racconto troppo “levigato”. Parlare di tradizione vivente significa chiedersi chi la pratica oggi, quali aspetti rischiano di andare perduti e quali, invece, hanno bisogno di essere rielaborati. Per Mesiano, l’italianità non è un repertorio immobile, ma “un insieme di tradizioni, valori, saperi e saper fare” che, nel contatto con la realtà vallesana, muta nel tempo. Ne deriva uno scambio reciproco capace di rendere comportamenti e abitudini patrimonio comune: “Ci troviamo quindi in una situazione di interculturalismo attivo”.
La seconda, la terza e la quarta generazione si rapportano all’Italia in modo diverso da chi ha conosciuto le migrazioni stagionali, i cantieri o le baracche. E il confronto con le comunità spagnole, portoghesi, tamil, kosovare e con altre persone arrivate più di recente impedisce di ridurre l’italianità a un modello chiuso o a una semplice storia di integrazione riuscita.
L’esperienza italiana offre così una memoria utile anche per comprendere le migrazioni di oggi. “Il percorso degli italiani, a cui non è stato regalato nulla, ha permesso di essere rispettati grazie alla serietà sul lavoro”, osserva Mesiano. “La nostra esperienza potrebbe essere una memoria a cui fare riferimento: prima si parlava di assimilazione, poi di integrazione; adesso si parla di condivisione e di contaminazione continua tra le persone”.
Il significato più attuale di questo riconoscimento sta forse qui: una comunità immigrata può essere considerata straniera per una generazione, ma diventare patrimonio comune per quelle successive”. (aise)