I progressi della ricerca italiana

ROMA – focus/ aise – Il cancro dell’ovaio rappresenta la quinta tipologia di cancro più letale a livello globale. Nella maggior parte dei casi la prognosi è sfavorevole, con un tasso di sopravvivenza di appena il 30%: la malattia, infatti, viene tipicamente diagnosticata a uno stadio tardivo a causa di una inefficace strategia di screening e dell’assenza di una sintomatologia specifica.
Appartiene a un gruppo eterogeneo di neoplasie la cui tipologia più frequente è il carcinoma ovarico sieroso di alto grado, rappresentativo del 70% dei casi. Nonostante un’iniziale buona risposta ai trattamenti standard (a base di Platino), il carcinoma ovarico sieroso di alto grado rimane una delle malattie ginecologiche più pericolose soprattutto perché la malattia si ripresenta frequentemente in una forma più aggressiva, spesso più diffusa; questo accade soprattutto perché le cellule tumorali sviluppano una resistenza ai farmaci utilizzati.
La recidiva e la resistenza ai trattamenti sono due grandi ostacoli. Di conseguenza sussiste l’urgenza clinica di identificare marcatori molecolari (come geni, proteine e mutazioni) predittivi di risposta al trattamento a base di Platino, che possano diventare bersaglio di nuovi approcci terapeutici più efficaci.
In questo scenario, una ricerca condotta dal gruppo coordinato da Saula Checquolo dell’Università La Sapienza di Roma e pubblicata sulla rivista Journal of Experimental & Clinical Cancer Research si è concentrata su due proteine: Notch3 e Pin1, singolarmente coinvolte in numerosi meccanismi di resistenza a farmaci antitumorali.
L'obiettivo principale di questo studio, guidato da Maria Valeria Giuli (borsista della Fondazione Pezcoller), in stretta collaborazione con altre giovani ricercatrici, Angelica Mancusi e Bianca Natiello, è stato quello di indagare come la relazione tra Pin1 e Notch3 influenzi la resistenza al Platino nel carcinoma ovarico sieroso di alto grado e come questa conoscenza possa portare a nuove strategie terapeutiche. Individuare una modalità per bloccare Pin1 e Notch3 potrebbe di fatto aiutare a superare la resistenza al Platino e rendere la chemioterapia più efficace.
Per la ricerca sono state utilizzate cellule tumorali, anche derivanti da campioni prelevati da pazienti in sede operatoria sulle quali sono state effettuate numerose analisi integrando diverse tecniche che includono l’esame delle proteine, simulazioni molecolari e test di laboratorio su modelli cellulari e animali.
I risultati ottenuti mostrano che, quando le cellule tumorali vengono trattate con Carboplatino, si attiva l'asse Pin1/Notch3 aumentando la resistenza al farmaco. Al contrario, se Pin1 viene bloccata, la proteina Notch3 diminuisce e le cellule diventano più sensibili al trattamento. In questo modo il tumore riduce la sua capacità di diffondersi.
Le possibili applicazioni cliniche di questa ricerca includono l’utilizzo combinato di chemioterapia standard con farmaci inibitori specifici di Pin1 che, agendo sull’asse Pin1/Notch3, migliorano l’efficacia della chemioterapia e riducono il rischio di recidiva. Questo potrebbe portare a trattamenti personalizzati, offrendo così una nuova strada per curare il cancro ovarico.
In sintesi, la ricerca mira non solo a capire meglio i meccanismi molecolari che rendono il tumore resistente ai farmaci, ma anche a proporre approcci alternativi che possano essere applicati nella pratica clinica, migliorando nel complesso la qualità e le prospettive di vita delle pazienti colpite da questa malattia.
Il battito del cuore potrebbe fare molto più che pompare sangue: potrebbe anche contribuire a rallentare la crescita dei tumori. È quanto emerge da un nuovo studio internazionale pubblicato su Science. I ricercatori hanno scoperto che le forze fisiche generate dalla contrazione cardiaca possono ridurre significativamente la crescita tumorale sia in modelli murini sia in tessuti cardiaci umani. Lo studio, guidato da scienziati dell’International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology (ICGEB) in Italia, insieme all’Università di Trieste e al Centro Cardiologico Monzino, aiuta a spiegare perché i tumori del cuore siano estremamente rari.
“Da tempo i medici osservano che i tumori cardiaci sono molto poco frequenti e, quando si verificano, tendono a essere più piccoli rispetto a quelli in altri organi - ha dichiarato la coordinatrice dello studio, Prof.ssa Serena Zacchigna -. I nostri risultati suggeriscono che la continua attività meccanica del cuore possa avere un ruolo fondamentale in questo fenomeno”.
Per approfondire questa ipotesi, il team ha studiato cosa accade quando il cuore è sottoposto a uno sforzo ridotto. Nei modelli animali, la diminuzione delle forze meccaniche ha portato a un aumento significativo della proliferazione delle cellule tumorali. Lo stesso effetto è stato osservato in tessuti cardiaci ingegnerizzati in laboratorio, nei quali i ricercatori potevano controllare con precisione il livello di stress meccanico.
In tutti gli esperimenti, i risultati sono stati coerenti: quando il cuore batte e genera forza, la crescita tumorale rallenta; quando questa forza si riduce, le cellule tumorali riprendono a proliferare.
Lo studio ha inoltre dimostrato che queste forze fisiche agiscono anche a livello più profondo, influenzando i processi interni che regolano la divisione delle cellule tumorali.
“Questo dimostra che il movimento del cuore non è solo una funzione meccanica, ma potrebbe anche contribuire a sopprimere la crescita dei tumori”, ha aggiunto Zacchigna.
La ricerca ha coinvolto una vasta rete di istituzioni europee, integrando competenze in biologia, medicina, ingegneria e modellistica computazionale.
Sebbene i risultati non portino a un’applicazione terapeutica immediata, aprono una nuova linea di ricerca. Gli scienziati stanno ora valutando se le forze meccaniche - come quelle generate dal battito cardiaco - possano in futuro essere sfruttate per contribuire a controllare la crescita dei tumori.
Questo approccio, talvolta definito “terapia meccanica”, è ancora agli inizi. Tuttavia, lo studio evidenzia un principio importante: le forze fisiche nel corpo non rappresentano solo un contesto passivo della malattia, ma possono influenzarne attivamente lo sviluppo. (focus\aise)