La voce degli eletti all’estero (3)

ROMA – focus/ aise – “I ricercatori sono come le rondini: seguono le infrastrutture di ricerca”. A sostenerlo è stata la Ministra dell'università e della ricerca, Anna Maria Bernini, che ieri, nell’aula di Montecitorio, ha risposto ad una interrogazione a prima firma Boschi (Iv) sugli incentivi fiscali per favorire il rientro in Patria dei ricercatori italiani all’estero.
Alla base dell’interrogazione i dati dell’Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani, secondo cui “in poco più di un anno il sistema della ricerca ha perso più di 11.400 ricercatori” e, nel triennio 2022-2024 “un'uscita annua di 16 miliardi di euro in capitale umano attraverso l'emigrazione netta di giovani italiani”. Un “capitale umano” che stenta a rientrare anche perché, la critica di Italia Viva, “il Governo Meloni nel 2023 ha modificato drasticamente il generale regime speciale per i lavoratori impatriati (cosiddetto “rientro dei cervelli”), comportando una contrazione media annua dei rientri in Italia di circa il 70%, al netto del regime differenziato per i ricercatori e docenti, confermato nel 2017, che si pone in controtendenza”. La richiesta al Governo, come riassunto dalla deputata Gadda presente ieri in Aula, era di capire “cosa intendete fare per arrestare questa emorragia di capitale umano, ma soprattutto cosa volete fare, soprattutto dal punto di vista fiscale, per trattenerli e soprattutto per dare una visibilità strutturale alla ricerca nel nostro Paese”.
La Ministra Bernini ha esordito sostenendo che il Governo “non ha mai modificato la normativa fiscale di favore per ricercatori, professori e studiosi che rientrano nel nostro Paese, che per un numero di anni significativo, dieci, hanno un'esenzione del 90% rispetto alla propria tassazione. Il che rappresenta certamente un elemento molto importante per agevolare il rientro dei cervelli italiani che sono andati a condividere le loro conoscenze all'estero e ad arricchirsi all'estero, ma sicuramente non è sufficiente”.
“È vero, - ha ammesso Bernini – esiste una fuga dei cervelli significativa, che si somma ad una glaciazione demografica che non può che preoccuparci. Le soluzioni sono tante, non una sola. Certamente la riforma fiscale ha fatto la differenza, ma non è sufficiente, perché, ove non esistano infrastrutture di ricerca, quindi luoghi dove fare ricerca e dove creare comunità scientifica, su cui noi abbiamo investito in questi ultimi quattro anni 11 miliardi di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza, e ove non esistano temi innovativi e sfidanti su cui fare ricerca, come il calcolo ad altissima prestazione, le tecnologie quantistiche, l'agricoltura tecnologica, la mobilità sostenibile, la biodiversità, terapie geniche, farmaci a tecnologia RNA, noi non potremo, finché non avremo - lo stiamo già facendo - radicato comunità scientifiche, chiedere ai nostri ricercatori di rientrare solamente perché garantiamo loro sgravi fiscali”.
“L'elemento salariale è ugualmente fondamentale, ma su questo, come potrete intendere, al netto dei provvedimenti sul salario giusto, che questo Governo sta portando avanti, a livello imprenditoriale, possiamo intervenire solo in parte”, ha aggiunto la Ministra che, accostati i ricercatori alle rondini, ha concluso ricordando che “molti dei nostri ricercatori non sono in realtà fuggiti all'estero, ma si trovano nei luoghi dove devono e possono fare ricerca, come nel deserto di Atacama, dove esiste una comunità di ricercatori italiani che può solo in quella zona, in quella latitudine, fare ricerca sul cosmo. Una ricerca – ha tenuto a spigare Bernini – che viene fatta da ricercatori italiani attraverso infrastrutture italiane, quindi manifatture italiane, e altissime tecnologie italiane. Questo significa creare delle reti di ricerca che non hanno solamente confini nazionali, ma giovano soprattutto le connessioni che noi riusciamo a creare”, ha concluso, citando un accordo firmato ieri “per rendere efficace la nostra partecipazione a un'infrastruttura di ricerca importantissima, la più importante del Medio Oriente, che si chiama SESAME, dove attraverso un sincrotrone si fa insieme biomedicina, alta tecnologia e archeologia tecnologica, in cui lavorano insieme ricercatori italiani, palestinesi, iraniani, giordani e israeliani. È anche attraverso queste infrastrutture e anche attraverso la mobilità dei ricercatori, a cui noi dobbiamo comunque dare le opportunità e le condizioni di ritornare, che si fa diplomazia scientifica e si creano le condizioni per un mondo e un Paese migliore”.
Nella replica, Gadda ha sostenuto che “è un orgoglio e un vanto sentire di questi progetti internazionali, però mi spiace sentire che nel nostro Paese, a suo parere, non esista un ecosistema in grado di favorire la ricerca. Lo abbiamo, pensiamo alle tante aziende che fanno ricerca insieme alle nostre università”, ha osservato la deputata ricordando che tra gli ostacoli al rientro c’è anche la “precarietà” imposta ai ricercatori in Italia e i finanziamenti disomogenei del Pnrr.
Per Italia Viva, ha concluso, bisognerebbe “ripristinare la norma sul rientro dei cervelli fatta dal Governo Renzi, che consentiva di portare una decontribuzione al 70%, fino al 90% se rientravano al Sud, per i giovani che, appunto, portano le loro competenze nel nostro Paese. Voi l'avete smontata in questi anni. Il 2024 è l'anno record degli esodi, con 156.000 giovani che se ne sono andati tra i 18 e i 39 anni. Poi proponiamo anche un'altra misura, che riguarda la detassazione: almeno provare a fare una misura sperimentale, come noi abbiamo proposto con la start tax, che sia parametrata all'età dei giovani. Proviamoci perché, altrimenti, questo Paese non avrà futuro”.
Fabio Porta, deputato Pd eletto in Sud America, ha presentato un’interrogazione a risposta scritta ai Ministri dell’economia e delle finanze e degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Giorgetti e Tajani, per sollecitare il Governo ad avviare con urgenza il negoziato finalizzato alla stipula di una convenzione bilaterale tra Italia e Perù contro le doppie imposizioni fiscali.
Nell’atto ispettivo, Porta richiama il progressivo rafforzamento dei rapporti economici, sociali e culturali tra i due Paesi, anche alla luce della presenza di una numerosa comunità di origine italiana in Perù e della crescente comunità peruviana residente in Italia. Secondo il deputato, l’assenza di una convenzione in materia fiscale continua a rappresentare un grave ostacolo per lavoratori, pensionati, imprese e investitori, determinando situazioni di doppia tassazione e un quadro di incertezza che frena lo sviluppo delle relazioni economiche bilaterali.
Nella premessa, Porta ricorda che, con il decreto del Ministero dell’economia e delle finanze del 4 maggio 2022, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 110 del 12 maggio 2022, il Perù è stato inserito tra i Paesi che assicurano lo scambio di informazioni fiscali con l’Italia, facendo così venir meno il principale impedimento tecnico-giuridico all’avvio di un negoziato bilaterale.
“Dopo il superamento degli ostacoli formali, non è più rinviabile un’iniziativa concreta da parte del Governo – dichiara Fabio Porta – come già chiesto in mie precedenti interrogazioni parlamentari. La stipula di una convenzione contro le doppie imposizioni tra Italia e Perù è una misura necessaria per tutelare i contribuenti, sostenere la mobilità internazionale di lavoratori e pensionati e rafforzare gli scambi economici e finanziari tra i due Paesi”.
Ai due Ministri, Porta chiede di sapere “se il Governo ritenga necessaria e urgente la stipula della convenzione, se siano già stati avviati contatti ufficiali con le autorità peruviane” e, infine, “quali iniziative concrete intenda assumere, attraverso il Ministero dell’economia e delle finanze e il Ministero degli affari esteri, per conferire uno specifico mandato negoziale e procedere rapidamente all’apertura formale dei negoziati”.
L’annunciata decisione del British council di chiudere le sue sedi in Italia “avrebbe conseguenze rilevanti non soltanto sul piano occupazionale, ma anche sul mantenimento delle relazioni culturali e formative tra i due Paesi”. È quanto sostengono i deputati Pd Manzi, Amendola e Ricciardi in una interrogazione ai Ministri degli esteri Tajani, del lavoro Calderone e della cultura Giuli.
Nella premessa, i parlamentari spiegano che “in data 14 maggio 2026 la Federazione lavoratori della conoscenza Cgil ha reso noto che il British council Italia avrebbe avviato una procedura di licenziamento collettivo riguardante 108 lavoratrici e lavoratori su un totale di circa 130 dipendenti; secondo quanto riportato dalle organizzazioni sindacali, tale procedura determinerebbe di fatto la cessazione della presenza operativa del British council in Italia, con la chiusura delle attività legate all'insegnamento della lingua inglese, alla certificazione linguistica e alla cooperazione culturale”.
“Il British council – sottolineano i deputati – rappresenta storicamente uno dei principali strumenti di cooperazione culturale tra il Regno Unito e l'Italia, svolgendo attività educative, formative e culturali rivolte a studenti, scuole, università, istituzioni e imprese; la decisione annunciata avrebbe conseguenze rilevanti non soltanto sul piano occupazionale, ma anche sul mantenimento delle relazioni culturali e formative tra i due Paesi”.
La scelta, chiariscono Manzi, Amendola e Ricciardi, “non sembrerebbe riconducibile a una vera e propria crisi aziendale, ma a una decisione di carattere politico e organizzativo assunta nell'ambito di una più ampia revisione internazionale delle sedi del British council; le organizzazioni sindacali hanno proclamato due giornate di sciopero per il 21 maggio e il 4 giugno 2026, chiedendo il ritiro della procedura di licenziamento collettivo e l'apertura di un confronto istituzionale”.
Secondo i parlamentari dem “appare necessario che il Governo italiano verifichi le reali intenzioni del British council e del Governo britannico rispetto al mantenimento delle attività culturali ed educative nel nostro Paese, nonché valuti ogni possibile iniziativa a tutela dei livelli occupazionali e della continuità delle attività svolte”.
Ai Ministri, si chiede di sapere “se siano a conoscenza della procedura di licenziamento collettivo avviata dal British council Italia e a quali informazioni dispongano in merito alle motivazioni della stessa; se si intendano avviare interlocuzioni diplomatiche con il Governo del Regno Unito e con i vertici del British council al fine di scongiurare la chiusura delle attività in Italia e il conseguente licenziamento della quasi totalità del personale; quali iniziative, per quanto di competenza, i Ministri interrogati intendano assumere per tutelare le lavoratrici e i lavoratori coinvolti nella procedura di licenziamento collettivo” e , infine, “se non si ritenga necessario promuovere un tavolo di confronto con le organizzazioni sindacali e con il British council, anche alla luce del rilievo culturale, educativo e diplomatico delle attività svolte dall'ente nel nostro Paese”. (focus\aise)