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ROMA – focus/ aise – Lo spostamento dell’asse di rotazione terrestre, determinato anticamente dai processi innescati dalla progressiva ritirata dei ghiacciai, è in grado di modulare l’altezza del livello del mare a causa delle complesse interazioni tra le varie componenti del sistema Terra durante le deglaciazioni.
È quanto emerge dallo studio “Earth’s rotation impacted the mid-Holocene sea-level highstand”, appena pubblicato sulla rivista scientifica "Communications Earth & Environment" da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), dell’Università di Salisburgo e del Dipartimento di Fisica e Astronomia “Augusto Righi” dell’Università di Bologna.
La ricerca ha riguardato, in particolare, i cosiddetti “highstand” dell’Olocene, ovvero le evidenze di un aumento del livello del mare fino a un livello più alto di quello attuale osservate tipicamente alle medie e alle basse latitudini, in zone costiere lontane dalle antiche calotte glaciali.
Al culmine dell’ultima era glaciale, circa 21.000 anni fa, immense calotte di ghiaccio coprivano il Nord America e il Nord Europa, mentre il livello medio degli oceani era circa 130 metri più basso di quello odierno. Con la progressiva ritirata dei ghiacciai, una enorme quantità di acqua di fusione si è riversata negli oceani, ma il loro livello non è aumentato ovunque in modo uniforme. Infatti, la risposta della Terra solida alle sollecitazioni dovute ai carichi agenti sulla sua superficie e l’attrazione gravitazionale reciproca fra oceani e ghiacciai hanno fatto sì che lo scioglimento delle grandi calotte continentali producesse una complessa distribuzione di aumento e diminuzione del livello degli oceani.
Lo spostamento di enormi masse dalle calotte continentali agli oceani ha anche determinato una progressiva migrazione dell’asse di rotazione terrestre, che si è spostato in direzione della Baia di Hudson, vicino alla costa nord-orientale del Canada.
Questi fenomeni, noti nel loro insieme come “aggiustamento glacio-isostatico” (Glacial Isostatic Adjustment, o GIA), sono descritti quantitativamente da modelli fisici in grado di spiegare molto bene l’andamento generale delle osservazioni geologiche dei livelli del mare nel passato: ciò nonostante, alcuni aspetti della distribuzione nello spazio e nel tempo delle antiche linee di costa restano ancora oggi poco chiari.
“Con il nostro studio abbiamo analizzato per la prima volta in modo sistematico l’effetto della deriva del polo di rotazione terrestre sulla formazione degli highstand”, spiega Daniele Melini, ricercatore dell’INGV e primo autore dell’articolo. “I risultati, ottenuti mediante modelli numerici, hanno mostrato che lo spostamento dell’asse di rotazione dovuto alla deglaciazione modula l’altezza degli highstand, e in alcune regioni del globo può addirittura essere il meccanismo che determina la loro comparsa (o la loro assenza)”.
In particolare, la deriva del polo di rotazione aumenta l’altezza degli highstand nell’Atlantico sud-occidentale, nel Pacifico nord-orientale e nell’Oceano Indiano settentrionale, e la diminuisce nell'Oceano Indiano meridionale e in alcune zone del Pacifico.
L’analisi di dati geologici dei livelli marini passati conferma le indicazioni dei modelli fisici: nelle regioni in cui essi indicano un effetto di amplificazione da parte della rotazione terrestre, gli highstand risultano, in media, più alti rispetto a quelli nelle regioni in cui i modelli prevedono invece un indebolimento.
“I dati sulle antiche linee di costa in regioni lontane dalle calotte glaciali del Pleistocene sono sempre più numerosi e di migliore qualità. Questi risultati ci permettono di comprendere meglio i meccanismi fisici che determinano le variazioni del livello del mare durante un ciclo glaciale, risultando quindi di notevole importanza nell’interpretazione futura di nuovi dati”, conclude Giorgio Spada, Professore del Dipartimento di Fisica e Astronomia “Augusto Righi” dell’Università di Bologna e co-autore dell’articolo.
Un nuovo studio appena pubblicato sulla rivista NPJ Biodiversity del gruppo Nature mette in luce trasformazioni profonde e spesso invisibili nelle foreste italiane: negli ultimi 25 anni, il numero delle specie vegetali del sottobosco è diminuito, soprattutto nelle foreste alpine di conifere e nelle foreste temperate decidue.
La ricerca, guidata da Maura Francioni e Stefano Chelli dell’Università di Camerino, rappresenta uno dei più completi studi a lungo termine mai realizzati in Italia sulla biodiversità forestale e ha visto la collaborazione di numerosi ricercatori italiani delle Università di Firenze e Genova, del CREA e della società TerraData Environmentrics.
Ciò che rende questo studio particolarmente innovativo è l’utilizzo di dati a lungo termine raccolti nei siti della rete nazionale CON.ECO.FOR. (Controllo degli Ecosistemi Forestali), gestita dai Carabinieri del Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari (CUFAA). Questa infrastruttura di monitoraggio rappresenta un’eccellenza a livello europeo, con dati su biodiversità, clima, suolo e struttura forestale raccolti in modo sistematico da oltre 25 anni in 31 aree forestali permanenti distribuite lungo l’intero territorio italiano.
Grazie a questa rete, i ricercatori hanno potuto distinguere tra semplici fluttuazioni annuali e cambiamenti di lungo periodo nelle comunità vegetali, offrendo una visione senza precedenti degli effetti del cambiamento globale sulle foreste.
I risultati mostrano una riduzione significativa della ricchezza di specie nel sottobosco delle foreste alpine di conifere e di quelle temperate decidue (querceti e faggete). Le principali cause individuate sono l’aumento della chiusura della chioma degli alberi, che limita la luce disponibile al suolo e l’intensificarsi degli eventi climatici estremi. Questi fattori stanno modificando profondamente le condizioni ambientali, favorendo alcune specie a discapito di altre e portando a un progressivo cambiamento della biodiversità.
Al contrario, le foreste mediterranee sempreverdi (leccete) sembrano mostrare una maggiore stabilità nel numero di specie. Pur essendo soggette a un continuo ricambio di specie nel tempo (turnover), queste foreste sembrano meglio adattate alle condizioni di stress idrico e hanno mantenuto nel tempo una copertura della chioma più stabile.
Lo studio evidenzia come le pratiche di gestione forestale del passato e i cambiamenti climatici attuali stiano interagendo nel determinare la struttura e la biodiversità delle foreste di oggi. In particolare, la chiusura progressiva delle chiome, spesso legata alla diminuzione delle attività selvicolturali, emerge come un fattore chiave nella perdita di specie del sottobosco.
Questo aspetto non è necessariamente negativo: semplicemente la gestione forestale del passato e la relativa apertura delle chiome, aveva permesso la colonizzazione di specie non tipicamente forestali, specie che ora non trovano più condizioni favorevoli con la progressiva chiusura delle chiome. Più preoccupante è invece l’effetto negativo legato alla maggiore intensità degli eventi climatici estremi, soprattutto siccità prolungate, ondate di calore e maggiore variabilità delle precipitazioni.
I risultati, secondo i ricercatori italiani, sottolineano l’importanza cruciale di programmi di monitoraggio a lungo termine come CON.ECO.FOR. "Solo grazie a serie temporali estese è possibile comprendere appieno le dinamiche degli ecosistemi forestali e prevedere come risponderanno alle sfide future, tra cui il cambiamento climatico", spiegano. "Proseguire e rafforzare queste attività sarà fondamentale per orientare politiche di conservazione e gestione sostenibile delle foreste, patrimonio naturale di valore inestimabile". (focus\aise)