Le vie del commercio estero

ROMA – focus/ aise – L’effetto dazi c’è ma non si vede sull’export italiano verso gli Stati Uniti. L’elaborazione dei dati Istat da parte dell’Area Studi e ricerche della CNA mostra che l’incremento del 7,2% delle vendite nel 2025 sul secondo mercato per il Made in Italy è stato determinato dal brillante andamento del farmaceutico che ha realizzato un balzo del 54% a 15,7 miliardi, diventando il primo settore con una quota del 22,7% sul totale dell’export negli Stati Uniti. Al netto del farmaceutico, le vendite sul mercato statunitense accusano una contrazione dell’1,7% (pari a 863 milioni) e le produzioni tipiche del Made in Italy registrano un calo del 3,7% (-1,3 miliardi di euro), in controtendenza rispetto al totale delle vendite all’estero che mostrano una progressione dell’1,7%.
Il farmaceutico ha condizionato l’interscambio anche con gli altri principali mercati di sbocco dei prodotti italiani. A livello globale vendite in aumento del 28,5% con punte del 111% in Francia e +156% in Spagna, valore raddoppiato in India, di contro flessioni del 13,2% in Germania e dell’1% nel Regno Unito. L’ampiezza delle variazioni suggerisce una diversificazione dei flussi commerciali da parte delle multinazionali.
L’import italiano di prodotti farmaceutici registra infatti un +100% dagli Stati Uniti e rappresenta quasi la metà degli acquisti dall’altra sponda dell’Atlantico (14,6 miliardi su 35) con una accelerazione nell’ultima parte dell’anno (+362% a dicembre).
La fase di incertezza nei primi mesi del 2025 e poi l’accordo a luglio tra Stati Uniti e UE sulle tariffe hanno condizionato l’andamento dell’interscambio che per l’Italia si traduce in una riduzione dell’avanzo commerciale per effetto dell’incremento del 42,1% delle importazioni di prodotti manufatturieri sull’intero anno con un +80% nel solo mese di dicembre.
Tornando all’analisi sull’export verso gli Stati Uniti, i settori tradizionali del Made in Italy accusano una flessione. Per le produzioni alimentari -4,5% (-348 milioni), settore auto -18,5% (655 milioni), contrazioni dell’8,2% per i mobili (-131 milioni), del 7,9% per i prodotti in metallo (-249 milioni), del 3,4% per la meccanica (-435 milioni).
Tra le eccellenze del Made in Italy la prova dei dazi è stata superata dalla filiera della moda (tessile, abbigliamento e pelletteria) con un valore di 5,7 miliardi, in crescita del 2,4% sull’anno precedente, grazie alla buona performance nell’ultimo trimestre dell’anno (+5,6%).
In totale i settori tradizionali del Made in Italy registrano un calo delle vendite negli USA del 3,7%. A livello globale il 2025 si è chiuso con un aumento dell’1,7%, grazie al +2,6% verso i paesi UE, +3,4% nel Regno Unito, +9,4% nei paesi Opec e +4% in India, mentre flessione a due cifre (-13,4%) sul mercato cinese.
“L’analisi delle vendite negli Stati Uniti – afferma il Presidente CNA Dario Costantini – rivela che i dazi hanno avuto un impatto negativo sui settori tradizionali del Made in Italy e quindi sulle piccole imprese per le quali il mercato americano vale oltre il 16% del totale delle esportazioni. È essenziale dare stabilità e certezza al commercio internazionale riducendo le barriere – sottolinea Costantini – e al tempo stesso accelerare lo sviluppo su nuovi mercati definendo strumenti e misure per accompagnare la platea delle piccole imprese”.
Nel 2025 il Prosciutto di San Daniele DOP rafforza la propria presenza sui mercati esteri registrando una crescita complessiva dell’export pari al +6%, per un totale di circa 460.000 prosciutti destinati all’estero. Un risultato che, secondo il Consorzio, conferma la solidità del prodotto oltre i confini nazionali e il progressivo rafforzamento del posizionamento nei mercati internazionali. Il totale del prodotto esportato, rispetto alle vendite complessive, è pari al 18%.
Francia e Stati Uniti si confermano i principali sbocchi commerciali, rappresentando ciascuno il 23% del totale esportato. Seguono Germania con il 12%, Australia con il 10%, Svizzera e Belgio entrambe al 7%, quindi Austria al 4%. In particolare, il volume di crescita negli Stati Uniti segna un significativo +20%, mentre la Germania registra un +15%, dati che evidenziano il rafforzamento del prodotto in due dei principali mercati strategici. Dinamiche particolarmente positive si rilevano anche nel Regno Unito (+37% volume rispetto all’anno precedente) che riprende pienamente quote di mercato un tempo erose a causa della Brexit, mentre si consolida in nuovi mercati europei come Paesi Bassi (+49%) e Polonia (+83%) a testimonianza di un’espansione maggiore con ottime performance degli ultimi anni. Si registrano invece flessioni in Australia e in Brasile a causa di esportazioni altalenanti e contrazioni dei mercati locali.
La distribuzione geografica dell’export mostrata dal Consorzio fa notare un equilibrio tra Unione Europea ed extra UE: il 52% delle esportazioni è destinato ai Paesi comunitari mentre il 48% raggiunge mercati al di fuori dell’Unione, quota in crescita di tre punti percentuali rispetto a cinque anni fa. Un dato che conferma il progressivo rafforzamento del Prosciutto di San Daniele DOP sui mercati internazionali più dinamici.
Dal punto di vista dei formati il 77% delle esportazioni riguarda prosciutti disossati mentre il 23% è rappresentato da confezioni in vaschetta. La prevalenza del disossato riflette le esigenze logistiche e distributive dei mercati esteri mentre il segmento del pre-affettato continua a rappresentare una componente significativa dell’offerta internazionale ready-to-go per il consumatore.
“La crescita registrata sui mercati esteri del 2025 conferma il valore e la riconoscibilità del Prosciutto di San Daniele DOP a livello internazionale – ha spiegato il Presidente del Consorzio, Nicola Martelli -. Negli Usa il San Daniele registra andamenti molto positivi con una crescita del 20% rispetto all’anno precedente anche per il fatto che l’imposizione dei dazi statunitensi ha probabilmente anticipato le vendite prima che i dazi fossero applicati nel secondo semestre dell’anno. Tra i primi quattro principali Paesi di esportazione si trovano quindi i mercati tradizionali come Francia e Germania e mercati extra UE come Usa e Australia che dimostrano come il rafforzamento delle contrattazioni, anche nei paesi terzi, rappresenti un segnale importante per la competitività del comparto e per la valorizzazione dell’eccellenza che il nostro prosciutto esprime”. (focus\aise)