Traumi infantili e geni: da studio Cimec-Cnr chiave su vulnerabilità psichica

Foto: Matteo Festi - Unitrento

ROVERETO\ aise\ - In che misura i traumi infantili influenzano l’insorgenza di tratti psicopatologici nell’età adulta? E quale ruolo gioca la predisposizione genetica nello sviluppo di una condizione di vulnerabilità psicologica? A questi interrogativi ha cercato di dare risposta uno studio del Centro Mente e Cervello (Cimec) dell’Università di Trento e dell'Istituto di Neuroscienze del Cnr di Pisa, pubblicato sulla rivista scientifica "Translational Psychiatry".
È ormai riconosciuto dalla letteratura scientifica che le esperienze vissute nelle prime fasi della vita abbiano un impatto profondo sullo sviluppo del cervello e che i traumi nell'età evolutiva, come negligenza o abusi, rappresentino fattori di rischio cruciali per lo sviluppo di disturbi psichiatrici. Tuttavia, le risposte individuali ai traumi variano notevolmente, suggerendo l'intervento decisivo della predisposizione genetica.
Per indagare questa interazione, i ricercatori si sono concentrati sull’eterozigosi del gene CNTNAP2, una variante associata a schizofrenia, depressione e disturbo bipolare che, di per sé, non è sufficiente a indurre un fenotipo patologico ed è ampiamente riscontrata anche in individui neurotipici. Gli esperti hanno quindi analizzato gli effetti della "doppia vulnerabilità" — data dall'unione di questa mutazione genica con un ambiente caratterizzato da stress e abusi — su un modello animale allevato in condizioni di negligenza delle cure parentali, valutandone le conseguenze a lungo termine.
Grazie a un metodo automatizzato per l'analisi del linguaggio corporeo, il gruppo di ricerca ha evidenziato un cambiamento sostanziale nell’espressione spontanea del comportamento dei soggetti analizzati.
"Ci siamo resi conto che, una volta raggiunta l’età adulta, pur se posti in un contesto pressoché asettico, gli animali soggetti a doppia vulnerabilità agivano in modo totalmente diverso rispetto agli altri tre gruppi di controllo", ha spiegato Gabriele Chelini, già ricercatore UniTrento e ora all’Istituto di Neuroscienze del Cnr di Pisa, che ha coordinato lo studio insieme, tra gli altri, al direttore del Cimec, Yuri Bozzi. "Mostravano una riduzione negli atteggiamenti esplorativi e nella curiosità e un comportamento incredibilmente simile l’uno all’altro, con pochissime eccezioni".
"La concomitanza di predisposizione genetica ed esposizione ad un trauma agisce limitando la ricchezza del 'vocabolario comportamentale'", ha aggiunto Chelini. "Per fare un parallelismo con l’essere umano, è come se questi soggetti vulnerabili, al posto di utilizzare tremila parole nel loro vocabolario quotidiano, riuscissero ad utilizzarne solo la metà. Questo deve farci riflettere sul modo in cui ci relazioniamo con le persone nello spettro psichiatrico: alcune di loro potrebbero semplicemente non avere strumenti per cambiare il proprio modo di esprimersi o di reagire a determinati contesti". (aise)