La tragedia di Marcinelle nell’opera di Michele Di Mauro “Un minatore all’Inferno” - di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - Ci sono eventi che, pur appartenendo al passato, non cessano di interrogare il presente: Marcinelle è uno di essi. L’8 agosto 1956, nella miniera di Bois du Cazier, il lavoro italiano emigrato con la valigia di cartone fu consegnato, in modo tragico e irrimediabile, alla storia del sacrificio. Da quella frattura è nata la Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, ma nessuna data sul calendario basta da sola a garantire che la memoria resti viva; occorre che essa diventi racconto, gesto, immagine, parola condivisa. È precisamente in questo spazio che si colloca “Un minatore all’Inferno”, opera teatrale del Prof. Michele Di Mauro, che sceglie la scena come luogo privilegiato per dare continuità e profondità a una memoria altrimenti destinata alla ritualità.
Il protagonista, Peppino Pacifico, è figura paradigmatica della condizione migrante: uomo del Sud, spinto lontano dalla propria terra dalla necessità di sopravvivenza, ridotto a “forza-lavoro” in un contesto estraneo, ove il lavoro stesso si fa minaccia. Nel momento in cui la miniera esplode, la storia sembrerebbe concludersi; ma Di Mauro sceglie di prolungarla nell’aldilà, collocando Peppino in un’anticamera del Paradiso in cui si riaffacciano, in forma allegorica, le grandi questioni della giustizia e del riconoscimento. È impossibile, di fronte a questa costruzione drammaturgica, non pensare al monito di Primo Levi quando ammoniva che “è avvenuto, quindi può accadere di nuovo”: ciò che concerne la negazione della dignità umana – sia nei campi di sterminio, sia nelle gallerie di una miniera – non appartiene solo alla cronaca di un’epoca, ma alla struttura morale delle società.
La scelta di far attraversare al protagonista Paradiso, Purgatorio e Inferno, in un viaggio punteggiato da incontri con altre vittime della guerra, della miseria e dell’emigrazione, si iscrive in una tradizione che va da Dante all’allegoria barocca, ma la rinnova nel segno del teatro civile. La Commedia dantesca è, in fondo, un grande itinerario di responsabilità, in cui la geografia ultraterrena rispecchia l’ordine – o il disordine – delle azioni umane: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza.” Il percorso di Peppino, pur privo di citazioni esplicite, si muove nello stesso orizzonte: non chiede un premio, chiede senso; non reclama un paradiso individuale, reclama giustizia per sé e per tutti quelli che hanno sacrificato la vita nel silenzio delle gallerie.
Paradossalmente, è l’Inferno il primo luogo in cui il minatore trova rispetto. Laddove ci si aspetterebbe una condanna, egli incontra ascolto e riconoscimento, mentre sulla Terra è stato trattato come “uomo in cambio di carbone”. Il rovesciamento è di chiara ascendenza biblica: “Gli ultimi saranno i primi”, ma qui la formula non si riduce a consolazione religiosa; diventa denuncia delle nostre gerarchie rovesciate, in cui il valore del lavoro è proclamato a parole e negato nei fatti. La scena costringe lo spettatore a confrontarsi con il tema, oggi drammaticamente attuale, delle morti sul lavoro: i nomi di Marcinelle rinviano al cantiere contemporaneo, alla fabbrica, al campo, dove ancora si muore per salari insufficienti e tutele inadeguate.
L’importanza culturale di questo lavoro risiede proprio nella capacità di trasformare la memoria in coscienza. Come ricordava Paul Ricoeur, tra memoria e oblio esiste un “dovere di ricordare” che non è mero accumulo di ricorrenze, ma impegno a far sì che il passato illumini il presente e orienti il futuro. Il teatro di Di Mauro assume su di sé questo dovere: non si limita a rievocare, ma problematizza; non si compiace del pathos, ma lo attraversa con l’ironia, con l’uso sapiente del dialetto, con un San Pietro burbero e sorprendentemente umano, che incarna lo sguardo disincantato della storia sulle vicende degli uomini. L’alternanza di sorrisi e silenzi, di leggerezza e dolore, sottrae la tragedia alla retorica e la restituisce all’esperienza concreta delle comunità che, ancora oggi, portano quel lutto nelle proprie genealogie.
Questo lavoro culturale è tanto più prezioso perché si inserisce nel percorso pluriennale del Prof. Di Mauro sulla memoria di Marcinelle: la continuità di questo impegno mostra che non siamo davanti a un’operazione occasionale, ma a una vera e propria “liturgia laica” della memoria, in cui l’arte svolge una funzione quasi sacramentale, rendendo visibile ciò che rischia di essere invisibile. Hannah Arendt, riflettendo sulla dignità dell’agire, ricordava che il lavoro, da solo, non basta a garantire un’esistenza pienamente umana; è necessario che l’azione e la parola rendano riconoscibili i soggetti, impedendo che essi siano dissolti nell’anonimato delle funzioni economiche. “Un minatore all’Inferno” va esattamente in questa direzione: restituisce voce e volto a chi è stato silenzio e numero, e lo fa attraverso la forma più antica e insieme più attuale della comunità umana, quella del teatro.
Collocata nel quadro della Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, quest’opera si offre come strumento di alta educazione civile. Essa ricorda che il lavoro non è soltanto fattore di produzione, ma luogo di rischio e di speranza; che la migrazione non è soltanto movimento di forza lavoro, ma vicenda di persone, famiglie, territori; e che la memoria non può essere delegata alle sole istituzioni, ma va condivisa, interpretata, rinnovata. In un’Europa che continua a misurarsi con flussi migratori complessi e con sfide sociali spesso drammatiche, Marcinelle e Peppino Pacifico ci parlano di un “tempo lungo” del sacrificio, in cui l’ingiustizia subita dai nostri emigranti è specchio di quella che, oggi, può colpire altri lavoratori arrivati sulle nostre terre.
Per tutto questo, “Un minatore all’Inferno” – opera teatrale del Prof. Michele Di Mauro su Marcinelle - non è solo un contributo artistico, ma un vero e proprio atto politico nel senso più alto del termine: un invito a ripensare il nesso fra lavoro, sacrificio e dignità, e a rinnovare, anno dopo anno, il patto di memoria che ci lega a quei 136 italiani e a tutti i lavoratori che, nel mondo, hanno pagato con la vita il prezzo del proprio lavoro. In tale prospettiva, la celebrazione dell’8 agosto – Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo – trova in questa opera teatrale un presidio culturale decisivo: essa traduce la ricorrenza in coscienza, sottraendo la memoria alla mera ritualità e facendone materia viva di responsabilità civile, di impegno istituzionale e di educazione delle nuove generazioni. (aise)