SSN per gli Aire extra Ue/ Crocco (Cim Usa): passo significativo ma la cittadinanza va riconosciuta anche nei diritti

ROMA\ aise\ - “L’approvazione definitiva della norma che consente agli italiani iscritti all’AIRE e residenti in Paesi extra UE ed extra EFTA di accedere nuovamente al Servizio Sanitario Nazionale italiano, mediante il rilascio della tessera sanitaria a fronte di un contributo annuo di 2.000 euro, rappresenta un segnale importante di attenzione verso le comunità italiane nel mondo. Tuttavia, non può essere considerata una risposta definitiva”. È quanto dichiara Alessandro Crocco, Presidente della Confederazione degli Italiani nel Mondo USA, a commento del via libera definitivo alla legge a prima firma Andrea Di Giuseppe (FdI) approvata la scorsa settimana in Senato.
“Ogni apertura nei confronti degli italiani all’estero merita apprezzamento, soprattutto quando riguarda un diritto essenziale come la salute”, afferma Crocco. “Per molti connazionali iscritti all’AIRE e residenti fuori dall’Unione europea, il rientro in Italia non comporta automaticamente la possibilità di accedere in modo pieno e ordinario al Servizio Sanitario Nazionale. Questa misura ha dunque un valore concreto, perché interviene su una condizione di mancata copertura sanitaria che, durante i periodi di permanenza nel Paese, può incidere sulla prevenzione, sulla continuità delle cure e sulla serenità delle famiglie. Garantire un canale certo di accesso alla sanità italiana significa riconoscere un’esigenza reale di tutela, non compiere un gesto meramente simbolico”.
Il provvedimento introduce una possibilità finora non prevista in forma ordinaria per molti cittadini italiani stabilmente residenti fuori dall’Unione europea e dall’area EFTA. Con l’iscrizione all’AIRE, infatti, il cittadino non mantiene automaticamente la piena iscrizione al SSN alle stesse condizioni dei residenti in Italia; durante i rientri temporanei, l’accesso alle prestazioni sanitarie è soggetto a limiti, tariffe regionali o specifiche eccezioni previste dalla normativa vigente. La nuova disciplina consente invece, previo versamento di un contributo annuale di 2.000 euro, il rilascio della tessera sanitaria nazionale, valida sul territorio italiano, aprendo un canale più stabile e riconoscibile di accesso alle prestazioni sanitarie.
Secondo Crocco, tuttavia, il tema non può esaurirsi nella sola previsione economica. La questione centrale riguarda il diverso trattamento riservato ai cittadini italiani residenti in Italia e a quelli che vivono all’estero, ai quali diritti essenziali vengono spesso riconosciuti con minore immediatezza, pur in presenza di legami familiari, patrimoniali, fiscali ed economici ancora pienamente radicati nel Paese.
“Ben venga questa apertura - rimarca - ma non possiamo considerarla un punto di arrivo. Molti italiani all’estero non hanno reciso il proprio rapporto con l’Italia: possiedono beni, pagano imposte, sostengono investimenti, mantengono attività, relazioni familiari e interessi economici che continuano a generare valore per il sistema nazionale. In questi casi, la cittadinanza non può ridursi a una mera appartenenza formale o a una rappresentanza evocata solo nelle occasioni ufficiali. Deve tradursi anche in un riconoscimento concreto nell’accesso ai diritti fondamentali, a partire dalla salute”.
Per il presidente della CIM USA, il contributo annuo di 2.000 euro pone anche una questione di proporzionalità. Pur potendo apparire, in astratto, comparabile al costo di alcune coperture sanitarie private, esso presenta una natura diversa. Una polizza privata è normalmente una scelta volontaria, modulabile per durata, condizioni e prestazioni; in questo caso, invece, il contributo diventa una spesa necessaria e continuativa per chi voglia mantenere un accesso stabile al Servizio Sanitario Nazionale durante i periodi di permanenza in Italia.
“Non si tratta - sottolinea - di chiedere privilegi ma di affermare un principio di ragionevolezza. Un cittadino italiano residente all’estero che continua a versare imposte in Italia, possiede immobili, sostiene attività, investe nel Paese o contribuisce alla sua promozione internazionale non può essere equiparato a chi non conserva alcun rapporto sostanziale con il sistema italiano. La contribuzione dovrebbe essere calibrata in modo più equilibrato, prevedendo criteri differenziati, riduzioni o forme di esenzione per chi già partecipa al gettito nazionale”.
Crocco sottolinea quindi come la norma abbia il merito di riaprire un canale di dialogo, ma debba diventare l’occasione per una riflessione più ampia sui diritti degli italiani nel mondo: “gli italiani all’estero - incalza - sono una risorsa strategica per l’Italia. Non sono comunità da celebrare soltanto nelle ricorrenze istituzionali o da coinvolgere esclusivamente nei momenti di promozione culturale. Sono cittadini, professionisti, imprenditori, famiglie, giovani e pensionati che continuano a sentirsi parte integrante della Nazione. A loro va garantito un rapporto con lo Stato fondato non solo sull’appartenenza simbolica, ma su servizi, diritti e riconoscimento effettivo”.
“Il Governo e il Parlamento - conclude Crocco - hanno compiuto un passo importante, ma ora serve una visione più ampia. Gli italiani all’estero non possono essere considerati una risorsa quando promuovono l’Italia, investono nel Paese, ne rafforzano l’immagine e ne sostengono l’economia, per poi diventare cittadini più distanti quando si parla di diritti essenziali. La sostenibilità del sistema sanitario è un principio da tutelare ma non può essere perseguita consolidando una disparità permanente. Chi continua a contribuire all’Italia, anche vivendo fuori dai confini nazionali, deve poter contare su un riconoscimento pieno, equo e concreto della propria cittadinanza”. (aise)