“Remigrazione”: una proposta di legge contro gli Italiani – di p. Lorenzo Prencipe

ROMA\ aise\ - In pochi giorni 100 mila sottoscrittori hanno firmato la proposta di legge per rimpatriare, volontariamente o meno, i migranti, irregolari e non. Le motivazioni sono varie e, soprattutto, facilmente accettabili.
Si va dal bisogno di maggiore sicurezza contro chi commette atti delinquenziali, alla salvaguardia dell’identità nazionale, alla buona intenzione di evitare l’emigrazione di giovani italiani o al desiderio di favorire il ritorno in Italia di tanti italo-discendenti, dal contrasto ai trafficanti e agli sfruttatori di lavoro migrante, all’aiuto dei paesi di origine incentivando economicamente i migranti che vogliono farvi ritorno.
Tutto questo sembrerebbe avere le parvenze di un approccio ragionevole e di buon senso se, come un oggetto decorativo qualsiasi, potessimo disporre dei migranti, spostandoli a piacimento da un luogo ad un altro oppure semplicemente decidere di farne a meno per sempre.
La leva che scardina quel presunto approccio di buon senso che starebbe alla base della richiesta di remigrazione sta nel fatto ineludibile che le migrazioni sono parte strutturale e non rimovibile di processi più ampi di trasformazione sociale, culturale, economica delle società, sia in partenza che in arrivo.
In effetti, quelli che sostengono di controllare o bloccare i flussi migratori con incentivi economici o con misure securitarie spesso sottovalutano il fatto che l’immigrazione cresce o cala più in funzione di cambiamenti socioeconomici (come il bisogno di manodopera o l’aumento della disoccupazione nei paesi di destinazione oppure la fine di conflitti nelle aree di origine) che in seguito a misure di polizie o decreti-legge governativi.
Nel caso specifico dell’Italia non sarebbe molto saggio ignorare l’apporto del lavoro immigrato per l’economia del Paese. Lo stesso ministero del lavoro, nel suo XV rapporto (Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia), rileva che nel 2024 gli stranieri sono il 10,5% degli occupati totali e circa 4 milioni di lavoratori attivi, soprattutto nei servizi alla persona, dove sono circa il 30% dei lavoratori, nell’agricoltura (il 20%), nel settore del turismo e dell’accoglienza (il 18%) e nelle costruzioni (il 17%).
Gli immigrati in Italia dichiarano redditi per 80 miliardi, versano circa 12 miliardi di Irpef, generano un saldo fiscale positivo superiore al miliardo di euro. Si stima così che gli occupati stranieri danno all’Italia un valore aggiunto di circa 180 miliardi, pari al 9% del PIL nazionale.
La stessa Ragioneria dello Stato ritiene che un saldo migratorio positivo (per circa 165mila persone all’anno) abbia effetti rilevanti per la sostenibilità della spesa pensionistica, la crescita del PIL, l’incremento occupazionale e la ripresa della natalità.
Al contrario, creare e alimentare divisioni tra autoctoni e migranti indicando questi ultimi come la causa di tutti i mali sociali vuol dire non riconoscere che sono le politiche dei governi, non i migranti, la causa di disuguaglianze, precarietà del lavoro e stagnazione dei salari soprattutto per tutti quei lavoratori a basso e medio livello di reddito.
In altri termini, proclamare e perseguire politiche di remigrazione non significa contrastare le migrazioni per favorire gli italiani, ma proprio il contrario, e cioè accelerare il declino di un paese, ripiegato su se stesso per non voler riconoscere e dare legittimità ad apporti nuovi provenienti da quei migranti che hanno scelto l’Italia come loro luogo di vita. Ecco perché qualsiasi dibattito sull’immigrazione è sempre una riflessione sul tipo di società che vogliamo costruire e in cui vogliamo vivere. (padre lorenzo prencipe*\aise)
* Presidente Fondazione CSER