A Kabul per una luce accesa: in libreria il volume di Emilio Rigatti e Amedeo Lovisoni

ROMA\ aise\ - Da una luce accesa nella notte alle strade dell’Afghanistan. Da venerdì scorso è disponibile in libreria per Ediciclo “A Kabul per una luce accesa. 25.000 chilometri dal Friulistan all’Afghanistan su una Willys del 1953” di Emilio Rigatti e Amedeo Lovisoni (264 pagine – 19 euro).
“Una finestra illuminata, Emilio Rigatti, settant’anni e un tumore metastatico, e una proposta di viaggio fino a Kabul che, per una persona ragionevole, richiederebbe almeno qualche giorno di riflessione. Un viaggio che arriva addosso come un meteorite”.
Nasce così il racconto di 25.000 chilometri attraverso Balcani, Turchia, Iran, Afghanistan, Asia Centrale e Georgia. Con Rigatti e Lovisoni, due donne in sella alle loro Yamaha Ténéré, Francesca d’Alonzo e Julia Gerlach: una ciurma improbabile lanciata lungo una rotta che porta verso luoghi spesso conosciuti attraverso le cronache di guerra; cento giorni di polvere, frontiere, guasti, incontri, paesaggi abbaglianti e situazioni in cui paura e meraviglia finiscono spesso per convivere.
Ma il viaggio verso Kabul, e oltre, è soprattutto il pretesto per interrogarsi su che cosa significhi ancora viaggiare, e su quanto l’incontro possa incrinare le immagini che ci costruiamo dei luoghi e delle persone.
In Afghanistan, Rigatti racconta l’ospitalità, la curiosità e le contraddizioni incontrate sulla strada, fino a riconoscere quanto il viaggio serva anche a “polverizzare i pregiudizi” che ciascuno porta con sé.
La presenza di Francesca e Julia apre un confronto diretto con le donne incontrate lungo il percorso e approfondisce lo sguardo sulla loro condizione. A Herat, Francesca stringe un rapporto con Somaya Moniry, la prima donna del Paese a cui è stato permesso di lavorare come guida turistica, un dialogo destinato a continuare anche dopo il viaggio attraverso i social.
A Kabul, Rigatti racconta: “Veniamo avvicinati da tre ragazze giovanissime e carine, col capo avvolto in eleganti veli ma col volto scoperto. Non sono accompagnate da nessun maschio e si rivolgono tranquillamente sia a Julia che – cosa strana – a me. “Aiutateci a entrare, vogliamo visitare il giardino di Babur, parlate voi con i talebani”. […] Così mi porto a casa il ricordo di queste ragazze coraggiose, con le quali parliamo un po’, sottovoce, della condizione femminile”.
Ironico, colto, digressivo e volutamente scanzonato, il libro tiene insieme racconto di strada storia, arte, architettura, geografia, e cronaca quotidiana. Robert Byron e Bruce Chatwin fanno da numi tutelari; la Willys diventa di volta in volta cammella, Pequod e nave dei folli. E tra un imprevisto e l’altro affiora continuamente una domanda più profonda: che cosa scegliamo di fare del tempo che abbiamo?
È anche qui che le due voci del libro si incontrano. Per Amedeo Lovisoni, partire significa fare i conti con la finitezza e dunque con la possibilità di scegliere, scegliere di partire, ma anche i luoghi nei quali continuare a tornare: “il mio rapporto con l’Iran assomiglia terribilmente a una relazione tossica. Ogni volta che ci torno mi ricordo perché me ne sono innamorato. Ogni volta che lo lascio mi ricordo anche perché a volte mi fa impazzire. Eppure, appena me ne vado, inizio già a pensare alla prossima volta”.
Quando il viaggio è finito, resta ciò che ha lasciato spiega Rigatti: “il racconto di un viaggio non è il viaggio, lo so. È l’eredità che il viaggio ci ha lasciato. […] Il viaggio è un sogno che si continua a sognare anche quando si è rientrati a casa. Se la memoria è fragile, l’emozione è tenace, ed è anche per questo che si viaggia”.
“A Kabul per una luce accesa” è il diario di un viaggio picaresco e adrenalinico in alcune delle terre più complesse e affascinanti dell’Asia che invita anche ad ascoltare quel desiderio di non rimandare ciò che ancora ci chiama come dice Rigatti: “non sentite che fuori dalla porta di casa c’è un viaggio che vi sta chiamando? Non aspettate. Andate. Io son partito per una luce accesa. Voi… vedete voi. Magari ogni tanto… non spegnetela, non si sa mai”.
Emilio Rigatti, insegnante in pensione e scrittore odeporico, ha da sempre la propensione a saltare in groppa ai viaggi che bussano alla porta. Con Ediciclo ha pubblicato nove libri dedicati all’andamento lento, a partire da La strada per Istanbul, vincitore del Premio Albatros per la letteratura di viaggio nel 2002. Tra gli altri titoli, Minima pedalia, Dalmazia Dalmazia, Gli alchimisti delle colline, Uno scienziato a pedali e Ichnusa.
Amedeo Lovisoni ha percorso migliaia di chilometri in Asia Centrale e Medio Oriente alla ricerca di siti archeologici dimenticati. Lavora come guida storica e con il progetto Instagram Offroad History racconta i territori della Via della Seta intrecciando ricerca storica e viaggio sul campo. (aise)