Dalla morsa delle sanzioni alla giustizia per il popolo iraniano - di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - Il popolo iraniano è oggi schiacciato in una morsa doppia: da un lato la repressione del regime, dall’altro un sistema di sanzioni e di opacità finanziaria che colpisce soprattutto i più vulnerabili, non le élite che continuano ad arricchirsi. Se l’Occidente vuole davvero avere il popolo iraniano come alleato, deve cambiare paradigma: meno misure che affamano la società, più trasparenza sui flussi del petrolio, più strumenti di giustizia e di riparazione per le vittime.
La solidarietà al popolo iraniano
La prima urgenza è affermare una solidarietà politica e umana al popolo iraniano, fatto di giovani, donne, studenti, lavoratori che chiedono libertà, opportunità e rispetto dei diritti fondamentali. Le grandi ondate di protesta, dalle manifestazioni del 2019 fino al movimento “Donna, Vita, Libertà”, hanno mostrato al mondo un Paese vivo, che non si identifica con gli Ayatollah ma con il desiderio di dignità e di futuro. In questa cornice, la comunità internazionale ha il dovere di distinguere nettamente tra regime e società, evitando qualsiasi forma di punizione collettiva che finisca per schiacciare proprio coloro che chiedono cambiamento.
Sanzioni che colpiscono i deboli
Le sanzioni economiche e finanziarie imposte contro l’Iran hanno interessato settori cruciali come energia, finanza e trasporti, riducendo le entrate statali e ostacolando le importazioni di beni essenziali. Studi e rapporti hanno documentato il loro impatto umanitario, con effetti diretti sul diritto alla salute, all’alimentazione e ai servizi sanitari, al punto che molti esperti parlano di una vera e propria “punizione collettiva”. Il risultato è paradossale: le strutture di potere si riorganizzano e scaricano i costi sulla popolazione, mentre famiglie, pazienti, lavoratori e studenti pagano il prezzo più alto di una strategia che non riesce a indebolire davvero il regime.
Studenti all’estero: vittime invisibili
Un capitolo emblematico riguarda gli studenti iraniani all’estero, che si trovano spesso intrappolati tra vincoli bancari, timori di “rischio sanzioni” e diffidenza generalizzata. In diversi Paesi europei, comprese realtà bancarie italiane, sono stati segnalati casi di chiusura di conti correnti di cittadini iraniani o rifiuto di aprirli, con la giustificazione di evitare possibili violazioni delle misure restrittive. Queste persone non hanno alcuna responsabilità nelle decisioni del regime, ma faticano a ricevere rimesse familiari, a pagare tasse universitarie, affitti e spese quotidiane, e talvolta vedono messo a rischio il proprio percorso di studi e di integrazione. Mentre i membri dell’establishment riescono comunque a spostare capitali e ad accedere a circuiti finanziari protetti, gli studenti e i cittadini comuni diventano le vere “vittime collaterali” del sistema sanzionatorio.
Petrolio, corruzione e trasparenza dei flussi
L’Iran resta un grande esportatore di petrolio e gas, e le rendite energetiche costituiscono un pilastro del bilancio pubblico e del potere del regime. In assenza di trasparenza, una quota rilevante delle entrate derivanti dalle esportazioni di idrocarburi viene intercettata da reti di corruzione, apparati militari, fondazioni para-statali e circuiti opachi che sottraggono risorse alla spesa sociale. Diversi studi hanno mostrato come l’aumento delle rendite petrolifere, in un contesto istituzionale debole, alimenti la corruzione, rafforzi l’autoritarismo e riduca gli incentivi a rispondere alle esigenze della popolazione.
Per questo, più che insistere soltanto su nuove sanzioni generali, occorrerebbe costruire un robusto sistema internazionale di tracciabilità e pubblicità dei pagamenti di chi acquista petrolio e prodotti energetici dall’Iran. Standard obbligatori di reporting, registri accessibili e meccanismi di controllo multilaterale renderebbero visibili le entrate e limiterebbero gli spazi per appropriazioni indebite e per il finanziamento di strutture repressive. Se le risorse derivanti dal petrolio fossero politicamente e tecnicamente vincolate – almeno in parte – a spese per sanità, istruzione, infrastrutture e sostegno al reddito, la capacità del regime di deviarle verso apparati di sicurezza e reti clientelari risulterebbe più difficile da giustificare e da nascondere.
Beni congelati e giustizia per le vittime
Un altro capitolo decisivo riguarda il destino dei beni congelati di esponenti del regime e di entità ad esso collegate, già oggetto di misure restrittive in numerosi ordinamenti. La discussione giuridica sviluppata negli ultimi anni su altri scenari – si pensi al dibattito europeo e internazionale sull’uso dei beni russi congelati per la ricostruzione dell’Ucraina – mostra che esiste uno spazio per trasformare il congelamento da mera misura punitiva in strumento di giustizia riparativa.
Invece di restare patrimonio immobilizzato senza ricadute positive per chi ha subito violenze e repressione, questi asset potrebbero, nel rispetto del diritto internazionale e con adeguate garanzie procedurali, alimentare fondi speciali a beneficio delle famiglie delle vittime del regime iraniano. Si tratterebbe di sostenere concretamente i parenti di chi è stato ucciso nelle proteste, di chi è stato torturato, incarcerato arbitrariamente o ha visto confiscati i propri beni, dando un segnale forte di responsabilizzazione dei singoli autori e beneficiari delle violazioni. In questo modo si affermerebbe un principio chiaro: non deve essere il popolo a pagare il prezzo dei crimini del regime, ma chi quei crimini li ha ordinati, coperti e finanziati, anche attraverso l’arricchimento illecito all’estero.
Una scelta tra popolo e regime
La vera alternativa, per l’Occidente, non è tra sanzioni dure e sanzioni ancora più dure, ma tra una politica cieca che confonde popolo e regime e una strategia intelligente che rafforza la società iraniana come soggetto autonomo. Ciò significa alleggerire e umanizzare il regime sanzionatorio laddove colpisce beni essenziali, canali umanitari, studenti, malati e rifugiati, e al contrario intensificare il contrasto mirato contro i circuiti di corruzione, i patrimoni illeciti e i responsabili diretti della repressione.
Significa anche investire di più in visti, borse di studio, scambi culturali e tutela dei difensori dei diritti umani e delle donne iraniane, perché ogni giovane salvato dalla miseria, dall’esilio forzato o dalla violenza è un ponte vivente tra l’Iran e l’Europa. Un Iran in cui i poveri sono schiacciati dalle sanzioni e dalla corruzione, mentre i membri del regime continuano a spostare capitali all’estero, è un Iran condannato all’instabilità e alla fuga dei suoi migliori talenti. Se questa generazione viene sterminata, zittita o costretta all’esilio, domani resteranno soltanto gli amici del regime degli Ayatollah, e con loro sarà molto più difficile parlare di pace, diritti e sicurezza condivisa nel Mediterraneo allargato e nel mondo. (gianni lattanzio*\aise)
* Segretario Generale ICPE - Istituto Cooperazione Paesi Esteri