L’Europa e la Francia davanti allo sguardo del Papa - di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - C’è un’immagine che potrebbe riassumere la visita di Papa Leone XIV in Francia: la soglia di Notre-Dame. Una soglia riaperta dopo il fuoco, attraversata da una città che ha scelto di ricostruire ciò che sembrava irrimediabilmente ferito, varcata ora dal Pontefice come segno di una memoria che non si arrende alla rovina. Non sarà soltanto un passaggio liturgico. In quella cattedrale restituita al culto, nella pietra ferita e ricomposta della grande chiesa parigina, prenderà forma una domanda rivolta alla Francia e all’intera Europa: che cosa resta di una civiltà quando smarrisce il legame tra la propria storia e il proprio avvenire?
La risposta di Leone XIV non sarà una risposta nostalgica. Il Papa non arriva a Parigi per benedire l’Europa che fu, né per offrire alla politica il conforto di un’identità religiosa ridotta a ornamento. Giunge in un Paese che ha fatto della laicità uno dei fondamenti della propria coscienza repubblicana, in una nazione secolarizzata e plurale, attraversata da tensioni sociali, interrogativi bioetici, paure identitarie e dall’eco inquietante della guerra che è tornata nel continente. Vi arriva, soprattutto, per ricordare che la fede, quando è davvero fede, non è una pretesa di dominio: è la capacità di custodire l’umano quando l’umano rischia di diventare negoziabile.
La Francia sa bene quanto sia delicato il confine tra il legittimo primato delle istituzioni civili e la tentazione di espellere la dimensione religiosa dalla vita comune. La laicità, nel suo significato più nobile, non è ostilità alla fede; è garanzia di libertà per tutte le coscienze. Nella sua forma più impoverita, invece, può trasformarsi in un silenzio imposto, nel sospetto che ogni convinzione spirituale sia una minaccia per la convivenza democratica. È precisamente in questo spazio che la visita papale assume un significato non solo religioso, ma intensamente politico nel senso alto della parola: non perché la Chiesa intenda sostituirsi allo Stato, ma perché nessuno Stato può prosperare se chiede ai propri cittadini di lasciare fuori dalla porta le domande ultime che li abitano.
Una Repubblica sicura di sé non teme la fede. La ascolta, la sottopone al confronto pubblico, ne accoglie l’energia sociale, ne corregge — quando occorra — le eventuali degenerazioni. Ma non la confina nel privato, come se il credente dovesse diventare cittadino soltanto a condizione di amputare una parte essenziale della propria coscienza. È questa la sottile ma decisiva distinzione che Leone XIV porta con sé a Parigi: il cattolicesimo non chiede privilegi, chiede di poter continuare a servire. Servire i poveri, i malati, gli anziani, i giovani senza futuro, i migranti, le famiglie disorientate, le periferie materiali e spirituali di una società che possiede molte informazioni ma sempre meno parole comuni per dare un significato alla vita.
La visita all’Unesco renderà questo discorso ancora più universale. Nata dalle macerie della seconda guerra mondiale, l’istituzione parigina conserva nella propria origine una verità che il nostro tempo rischia di dimenticare: le guerre non incominciano soltanto sui confini, nei comandi militari o nelle cancellerie. Prima di esplodere nelle città, crescono nel linguaggio, nella paura dell’altro, nell’abitudine a considerare alcuni popoli sacrificabili, nella rinuncia all’educazione come luogo in cui si impara a essere liberi. Non è un caso che la Santa Sede attribuisca alla cultura una funzione diplomatica essenziale. Una pace che non abiti le coscienze non può essere garantita a lungo dagli accordi; una pace che non produca giustizia e riconoscimento reciproco resta soltanto una pausa tra due conflitti.
Quella di Leone XIV sarà dunque una diplomazia senza cannoni e senza interessi territoriali, ma non per questo meno concreta. La voce della Santa Sede non dispone di eserciti; dispone, però, di una libertà particolare: può dire che nessuna vittoria militare basta a fondare la pace, che nessuna sicurezza è solida quando viene edificata sull’umiliazione dell’altro, che nessuna ragion di Stato può cancellare il valore di una vita innocente. In una stagione nella quale l’Europa si interroga sul proprio riarmo e sulla propria vulnerabilità, il Papa viene a ricordare che il realismo non coincide con la rassegnazione alla guerra. Il realismo più difficile consiste nel non chiudere la porta al dialogo proprio quando il dialogo appare impossibile.
Questa parola non deve essere equivocata. Dialogare non significa confondere aggressore e aggredito, né invocare una pace di facciata che premi la violenza. Significa sottrarre il futuro alla vendetta. Significa rifiutare l’idea che interi popoli debbano vivere permanentemente sotto l’orizzonte della minaccia. Significa riconoscere che, anche quando la difesa è necessaria, la guerra non può diventare la misura ordinaria della politica. La pace giusta non nasce dalla debolezza; nasce dalla tenacia di chi non accetta che l’ingiustizia abbia l’ultima parola.
A Metz, città di confine, il viaggio troverà forse la sua immagine europea più eloquente. La Lorena porta inscritta nella propria geografia la memoria delle frontiere mobili, delle rivalità nazionali, delle ferite che per decenni hanno trasformato il cuore del continente in un campo di battaglia. È anche la terra di Robert Schuman, l’uomo che comprese, dopo le catastrofi del Novecento, che l’Europa non si sarebbe salvata invocando genericamente la fraternità, ma costruendo istituzioni capaci di rendere la guerra non soltanto ingiusta, bensì materialmente impraticabile. Il suo progetto non fu un esercizio di amministrazione economica: fu una forma di immaginazione morale.
Leone XIV rende omaggio a quella intuizione mentre l’Europa sembra oscillare tra l’astrazione burocratica e il ritorno delle sovranità rancorose. Da una parte, il rischio di un’Unione percepita come apparato distante; dall’altra, la seduzione di un nazionalismo che promette protezione e consegna invece solitudine. La lezione di Schuman resta attuale proprio perché non idealizzava l’uomo né negava gli interessi: li sottoponeva a un disegno più grande. Non chiedeva ai popoli di dimenticare le proprie storie, ma di non trasformarle in armi contro il vicino.
È qui che il viaggio papale tocca il nodo più profondo della crisi europea. L’Europa non potrà riscoprire se stessa limitandosi a difendere confini, mercati e procedure. Avrà bisogno di ritrovare una ragione per stare insieme che non sia la paura. Avrà bisogno di pensare la sicurezza insieme alla giustizia, la competitività insieme alla solidarietà, la sovranità insieme alla cooperazione, l’identità insieme all’apertura. Non sono opposizioni retoriche. Sono le alternative concrete davanti alle quali si decide la qualità della vita di milioni di persone e il destino politico del continente.
Il motto del viaggio — “Affinché il mondo abbia la vita” — introduce in questa trama una nota ancora più esigente. In Francia, il dibattito sul fine vita interpella non soltanto la medicina, il diritto e la politica, ma la concezione stessa della civiltà. Che cosa deve una comunità ai suoi membri più fragili? Come si accompagna chi soffre senza trasformare la sofferenza in un destino solitario? Fino a che punto l’autonomia può essere pensata senza riconoscere che ogni esistenza umana, all’inizio come alla fine, è fatta anche di legami, dipendenze, cure ricevute e cure donate?
La posizione cristiana non può ridursi a una formula difensiva. Se afferma l’inviolabilità della vita, deve farlo rendendo visibile una prossimità più grande: cure palliative accessibili, sostegno alle famiglie, assistenza domiciliare, lotta contro il dolore evitabile e contro l’abbandono. Dire che la vita merita di essere custodita fino alla fine significa impedire che la libertà di morire si trasformi, per chi è povero, solo o privo di assistenza, nella silenziosa percezione di essere diventato un peso. Questa è la frontiera pastorale, ma anche civile, che il Papa viene a indicare.
E poi vi è Lourdes, dove il linguaggio del potere si interrompe davanti alla fragilità. Milioni di pellegrini hanno raggiunto quel luogo non per ricevere una teoria sul dolore, ma per cercare uno sguardo che non li abbandonasse. Portare la visita pontificia a Lourdes significa ricordare che la persona non coincide con la sua efficienza, con la sua autonomia, con la sua produttività. Per una civiltà sempre più abituata a misurare il valore attraverso la prestazione, Lourdes rimane un’obiezione silenziosa e potente: l’essere umano vale prima di ciò che produce e persino prima di ciò che riesce a decidere.
La Francia che accoglie Leone XIV è anche la Francia di Pascal e di Péguy, di Bernanos e di Maritain, di Teresa di Lisieux e di Madeleine Delbrêl, di Charles de Foucauld e dell’Abbé Pierre. Non un repertorio da cerimonia, ma una costellazione di esperienze nelle quali la fede ha generato pensiero, arte, servizio, ribellione contro l’ingiustizia, prossimità ai poveri. È una Francia che ha conosciuto le sue grandi lacerazioni — e che ancora porta le ferite di crisi dolorose nella Chiesa e nella società — ma che non ha cessato di interrogarsi sul rapporto tra libertà, verità e fraternità.
In questa prospettiva, l’incontro del Papa con le altre Chiese e con le altre religioni, in particolare nel contesto di una società attraversata dalla pluralità delle appartenenze, non sarà un gesto ornamentale. Il dialogo interreligioso è oggi una necessità civile prima ancora che un dovere spirituale. Esso non chiede di fingere che le differenze non esistano, né di relativizzare ciò in cui ciascuno crede. Chiede di riconoscere che nessuna fede può giustificare l’odio, che nessuna identità può edificarsi sull’umiliazione dell’altro, che nessuna comunità può chiamarsi pacifica se accetta di vivere separata dal destino comune della nazione.
La visita di Leone XIV in Francia può dunque diventare qualcosa di più di una grande pagina ecclesiale. Può essere un appello alla ricostruzione, nel tempo delle fratture. A ricostruire la fiducia tra istituzioni e cittadini; il dialogo tra credenti e non credenti; il nesso tra cura e dignità; la responsabilità europea verso la pace; la capacità della politica di non inseguire soltanto l’emergenza, ma di offrire un orizzonte.
Notre-Dame, l’Unesco, Lourdes, Metz: quattro luoghi, quattro parole, quattro prove. La memoria che non si chiude nel passato. La cultura che diventa argine alla guerra. La fragilità riconosciuta come misura dell’umano. L’Europa riportata alla sua promessa originaria di riconciliazione. In questo itinerario si comprende il significato diplomatico e pastorale del viaggio: la diplomazia non è soltanto l’arte di comporre interessi; la pastorale non è soltanto la cura dei fedeli. Quando sono fedeli alla loro vocazione, entrambe diventano custodia dell’uomo.
E forse è questa la parola più urgente che Leone XIV consegna alla Francia e al continente: non si costruisce un futuro soltanto difendendosi. Lo si costruisce riconoscendo, anche nell’ora più difficile, che l’altro non è mai definitivamente un nemico, che il fragile non è mai uno scarto, che la memoria non è mai una zavorra e che la pace, prima di essere un accordo, è una forma esigente di speranza. (gianni lattanzio\aise)