L’Europa e la sfida della conoscenza - di Gianni Lattanzio

ROMA\ aise\ - "Vi sono parole che, in certe stagioni della storia, diventano formule dominanti, quasi parole-talenti capaci di attrarre a sé ogni ansia del presente. Una di queste, oggi, è certamente “competitività”. L’Europa la pronuncia con crescente insistenza, come se in essa si concentrassero, in una sola volta, la promessa della crescita, la difesa del benessere, la tenuta della coesione sociale, la capacità di reggere l’urto geopolitico e perfino la possibilità di non scivolare ai margini del secolo. E tuttavia proprio le parole più necessarie possono diventare le più equivoche, quando finiscono per pretendere di spiegare tutto. La competitività è indispensabile; ma non basta. E se pretende di bastare, rischia di trasformarsi in una misura troppo angusta per una civiltà che, prima di essere mercato, è stata idea del mondo". Ne scrive nel suo editoriale su meridianoitalia.tv, il direttore Gianni Lattanzio.
"Il rapporto Draghi ha avuto il merito di squarciare il velo dell’autocompiacimento europeo. Ha detto con la severità dei passaggi non più rinviabili che l’Unione soffre un ritardo di innovazione, che la sua produttività ristagna, che la distanza dagli Stati Uniti e dalla Cina non può più essere letta con la condiscendenza di chi si sente protetto dalla propria tradizione normativa o dalla qualità diffusa del proprio modello sociale. Ha ricordato che le università e gli istituti di ricerca sono attori centrali degli ecosistemi innovativi, perché producono conoscenza di frontiera, formano capitale umano altamente qualificato e rendono possibile quel passaggio dalla ricerca fondamentale all’innovazione applicata che oggi, in Europa, resta troppo debole e discontinuo. Sarebbe dunque superficiale respingere quella diagnosi in nome di una difesa d’ufficio dell’esistente. Il problema esiste, ed è serio.
Eppure proprio la forza della diagnosi obbliga a un supplemento di discernimento. Perché il punto non è stabilire se l’Europa debba investire di più in ricerca, istruzione superiore e innovazione: questo è evidente. Il punto è capire quale idea di sapere, quale idea di università e quale idea di Europa si annidino dietro il modo in cui si evoca la competitività. Se quest’ultima diventa il principio sovrano, ogni realtà viene giudicata in base alla rapidità con cui produce rendimento: la ricerca in quanto genera brevetti, l’università in quanto forma competenze immediatamente spendibili, la cooperazione scientifica in quanto aumenta l’efficienza del sistema, la libertà accademica in quanto non interferisce con priorità già fissate altrove. Il rischio è sottile, ma decisivo: il sapere cessa di essere uno dei grandi fini della costruzione europea e viene ricondotto a funzione della sua amministrazione strategica.
È qui che occorre collocare la discussione sul futuro dell’università europea. Il rapporto Draghi richiama, non senza ragione, la debolezza del paesaggio accademico continentale nel produrre un numero sufficiente di istituzioni ai massimi livelli globali e nel trasformare più efficacemente le invenzioni in commercializzazione. Chiede perciò più risorse, più semplificazione, più coordinamento, un futuro programma quadro più incisivo, un rafforzamento dell’ERC (European Research Council) e perfino strumenti ispirati al modello ARPA per finanziare innovazione ad alto rischio e alto potenziale. Tutto questo ha un suo fondamento. L’ERC, in particolare, rappresenta una delle espressioni più alte della fiducia europea nella ricerca di frontiera: finanzia progetti guidati dai ricercatori, su base competitiva, senza imporre a priori un’agenda tematica, proprio perché riconosce che le scoperte decisive nascono spesso dove il ritorno non è ancora prevedibile.
Ma è precisamente qui che la terapia deve essere maneggiata con cautela. Un continente che riducesse l’università a officina della competitività tradirebbe il proprio lascito più profondo. Le più grandi innovazioni non nascono sempre là dove il mercato ha già formulato la propria domanda. Nascono spesso dove la ricerca si inoltra in ciò che non è ancora traducibile in valore economico, dove il pensiero esplora il non previsto, dove la libertà dell’indagine precede la logica dell’applicazione. Se l’Europa dimenticasse questa verità, finirebbe per smarrire proprio la sorgente di quella creatività scientifica che ora dichiara di voler rilanciare.
Non è un caso che l’EUA (European University Association) abbia insistito, nei suoi documenti più recenti, sulla necessità di pensare la competitività come il frutto di un partenariato fra ricerca, educazione, innovazione e competenze, cioè di un ecosistema integrale della conoscenza. L’EUA ricorda, in sostanza, che l’università non è soltanto una macchina di produzione di skill, ma una istituzione civile nella quale si intrecciano formazione della persona, ricerca affidabile, cultura democratica, innovazione e responsabilità pubblica. Analogamente, The Guild, rete di università europee ad alta intensità di ricerca, ha colto nel rapporto Draghi una grande occasione per il rilancio del ruolo delle università, ma ha anche avvertito contro il pericolo che la nuova agenda della competitività riduca la ricerca a semplice strumento di altre priorità, comprimendone l’autonomia, l’apertura internazionale e la libertà accademica.
Questa cautela è tutt’altro che astratta. In un’epoca nella quale le categorie della sicurezza, dell’autonomia strategica e della competizione tecnologica tendono a estendersi a ogni campo, è facile che la scienza venga pensata soprattutto come asset geopolitico. Ma una grande civiltà non si limita a utilizzare il sapere: lo custodisce. E custodirlo significa riconoscere che la libertà accademica, la cooperazione internazionale, la pluralità dei percorsi scientifici e la stessa autonomia delle istituzioni universitarie non sono residui ornamentali del liberalismo europeo, bensì condizioni costitutive della sua forza storica. The Guild ha insistito, anche nei dibattiti su FP10 (Tenth Framework Programme), sul fatto che il futuro programma quadro della ricerca debba restare autonomo, aperto e fondato sull’eccellenza scientifica, pur dialogando con le esigenze della competitività industriale.
Vi è poi un altro punto, meno appariscente ma forse ancora più decisivo: la vita concreta delle persone che tengono in piedi il sistema della conoscenza. Si parla spesso di investimenti, di programmi, di infrastrutture, di brevetti, di start-up, di trasferimento tecnologico. Tutto necessario. Ma un’università non è fatta anzitutto di bandi; è fatta di donne e uomini. È fatta di ricercatori che dedicano anni a una specializzazione rigorosa; di docenti che non trasmettono soltanto nozioni, ma formano metodo, senso critico, coscienza del limite; di giovani studiosi che sostano a lungo in una terra di mezzo tra promessa e precarietà, nell’attesa che il merito trovi finalmente istituzioni capaci di riconoscerlo.
È qui che il discorso sulla competitività incontra la sua prova di verità. Perché nessun continente può proclamare di voler guidare il futuro, se poi non sa garantire la dignità di coloro ai quali affida la costruzione del proprio sapere. Le più recenti raccomandazioni europee hanno riconosciuto con chiarezza che carriere della ricerca davvero attrattive richiedono non soltanto libertà scientifica e mobilità, ma anche retribuzioni eque e attrattive, condizioni di lavoro stabili, protezione sociale adeguata e percorsi meno segnati dalla precarietà, soprattutto nelle fasi iniziali della carriera. Analogamente, le istituzioni europee hanno affermato che il personale accademico deve poter contare su condizioni prevedibili, inclusive e competitive, comprese remunerazioni commisurate alle responsabilità svolte e prive di divari ingiustificati.
Formulare questo punto con pacatezza non significa attenuarlo. Significa, al contrario, riconoscerne la profondità. Non si tratta di trasformare il lavoro scientifico e docente in una questione salariale. Si tratta di comprendere che il riconoscimento economico è uno dei linguaggi con cui una società dichiara il valore reale che attribuisce a una funzione. Là dove ricercatori e docenti sono celebrati nei discorsi ma lasciati, troppo a lungo, in condizioni materiali non coerenti con il peso delle loro responsabilità, il sistema genera un dissidio che non può restare senza conseguenze. Da un lato proclama la centralità della conoscenza; dall’altro comunica che essa non merita ancora di essere onorata fino in fondo nelle condizioni della sua esistenza concreta.
Ecco perché la questione retributiva, se affrontata con equilibrio, non è un’aggiunta marginale al dibattito sul rilancio europeo: è parte integrante della sua serietà. La permanenza nelle strutture accademiche di persone ad alta capacità non dipende solo dal prestigio simbolico dell’università o dall’interesse intrinseco della ricerca. Dipende anche dalla possibilità di costruire una vita non umiliata dall’incertezza, una continuità professionale non logorata da contratti brevi, una docenza non compressa dentro una fragilità materiale incompatibile con la responsabilità educativa che essa comporta. Un ordinamento che vuole trattenere talenti e attrarne di nuovi deve saper offrire non privilegi, ma condizioni degne; non rendite, ma proporzione; non retorica del merito, ma riconoscimento effettivo del suo valore.
Questo vale in modo speciale per i giovani ricercatori. Essi non sono un’appendice del sistema universitario, ma il luogo in cui si decide la continuità storica del sapere europeo. È nelle loro traiettorie che si misura la credibilità di ogni richiamo alla sovranità tecnologica, all’autonomia strategica, alla libertà della scienza. Se l’Europa vuole essere fedele alla propria storia e insieme capace di futuro, deve smettere di considerare quasi inevitabile che una quota rilevante delle sue intelligenze migliori viva a lungo sospesa tra entusiasmo e precarietà, tra eccellenza e rinvio, tra vocazione e necessità di emigrare. Un sistema che non sa dare tempo, stabilità e riconoscimento ai suoi giovani studiosi finisce per consumare il proprio avvenire proprio nel momento in cui proclama di volerlo difendere.
Ma il problema non riguarda soltanto l’inizio delle carriere. Riguarda anche la figura del docente universitario, troppo spesso evocata come funzione astratta e troppo poco considerata nella concretezza del suo compito. Senza docenti riconosciuti nella loro dignità professionale, la qualità della formazione superiore si assottiglia; senza maestri capaci di dedicarsi pienamente all’insegnamento e alla ricerca, l’università perde la propria anima lunga, quella che non produce soltanto competenze, ma educa a pensare. Difendere la dignità dei docenti significa dunque difendere non una categoria, ma una forma della civiltà europea.
In ultima istanza, ciò che il rapporto Draghi consegna all’Europa è molto più di un’agenda economica. È una domanda di verità. Chiede se l’Unione saprà uscire dalla sua inerzia e ritrovare la forza di investire davvero nella conoscenza, nell’università, nella ricerca, nell’innovazione. Ma, insieme, costringe a domandarsi se lo farà senza smarrire ciò che ha reso l’Europa un’esperienza storica singolare: la capacità di tenere insieme grandezza e misura, libertà e istituzione, sapere e dignità della persona.
L’Europa ha bisogno di competitività, certo. Ma se vuole che questa parola non degeneri in formula povera, deve riconoscere che la potenza del sapere non si costruisce soltanto con i bilanci, bensì con una scelta di civiltà. Significa rafforzare l’ERC (European Research Council), rendere ambizioso FP10 (Tenth Framework Programme), sostenere le università come architravi degli ecosistemi innovativi, custodire la libertà accademica, valorizzare l’apertura internazionale, trattenere i giovani ricercatori, riconoscere ai docenti e agli studiosi condizioni professionali e retributive degne della loro missione. Solo allora il sapere cesserà di essere celebrato come risorsa astratta e tornerà a essere ciò che, nella storia europea, è sempre stato nei momenti migliori: una forma alta della libertà". (gianni lattanzio\aise)
* Segretario generale Istituto Cooperazione Paesi Esteri (ICPE)