L'AI è la nuova sicurezza nazionale. Rubin: “L'Italia liberi il suo talento” - di Gabriella Ferrero

WASHINGTON\ aise\ - La nuova competizione globale non si gioca più soltanto su energia, industria e difesa. Sempre di più passa attraverso intelligenza artificiale, semiconduttori, infrastrutture digitali e capacità di innovare. Negli Stati Uniti l'AI è ormai considerata una questione strategica, legata alla competitività economica e alla sicurezza nazionale. Washington continua ad attirare investimenti miliardari nella produzione di chip e nelle infrastrutture tecnologiche, mentre in Europa entra nel vivo l'applicazione dell'AI Act e Bruxelles prova contemporaneamente a recuperare terreno con nuovi investimenti nelle infrastrutture di calcolo.
È in questo scenario che si inserisce l'analisi di Harry Rubin, esperto internazionale di diritto della tecnologia, già alla guida del Technology Committee dell'International Bar Association e avvocato con oltre 35 anni di esperienza in importanti studi legali americani.
Intervistato al prestigioso Cosmos Club di Washington D.C., dove è membro dell'International Affairs Committee, Rubin è nato in Germania, ha vissuto in Israele e si è formato tra Harvard e Columbia Law School. Parla tedesco, inglese, ebraico e francese e sta ora studiando l'italiano, che diventerà la sua quinta lingua. Guarda all'Italia con una convinzione precisa: il problema non è la mancanza di talento, ma l'incapacità di trasformarlo in crescita.
“L'Italia ha dato al mondo la civiltà romana e il Rinascimento. Con una storia di creatività e genialità come questa dovrebbe essere alla frontiera della tecnologia. Invece è frenata da impedimenti strutturali e politici”.
Per Rubin, il punto centrale è che l'intelligenza artificiale non può più essere trattata soltanto come una questione economica.
“L'Italia deve fare dell'AI una priorità di sicurezza nazionale”.
Per Rubin, la sfida ha anche una dimensione geopolitica precisa: “Il concorrente comune, e la minaccia alla sicurezza nazionale, è la Cina. Gli Stati Uniti hanno bisogno che l'Europa faccia un passo avanti e sia un partner per vincere questa corsa”.
Il vero limite, sostiene, è un sistema che rende troppo difficile creare imprese innovative.
“Non solo non avete abbastanza incentivi per startup e aziende tecnologiche, ma avete anche molti disincentivi. Bisogna cambiare il sistema fiscale, ridurre la burocrazia e favorire chi investe e rischia”.
C'è poi il problema della fuga dei talenti.
“Dovete dare agli ingegneri e agli informatici un motivo per restare in Italia. Oggi molti escono dalle vostre università e vengono negli Stati Uniti. In questo modo l'Italia forma competenze che poi finiscono per rafforzare altri Paesi”.
Eppure, secondo Rubin, il modello per dimostrare che l'Italia può competere esiste già.
“Guardate Ferrari. È una società ad altissimo contenuto tecnologico. Significa che avete la capacità di farlo”.
Il futuro potrebbe passare anche da settori come tecnologia medica e biotecnologie, dove l'Italia dispone già di competenze importanti. Ma serve, secondo Rubin, un salto culturale.
“Cammini per Roma o per qualsiasi città italiana e vedi creatività ovunque. Bisogna riuscire a trasferire quella stessa genialità nella tecnologia. Bisogna togliere le catene”.
La parte più dura della sua analisi riguarda l'Europa.
Rubin ritiene che l'Unione europea abbia già perso terreno durante la prima grande rivoluzione digitale e rischi ora di ripetere lo stesso errore con l'intelligenza artificiale.
“L'Europa è rimasta indietro rispetto agli Stati Uniti nello sviluppo di grandi imprese tecnologiche capaci di competere su scala globale. Non è una questione di mancanza di talento o di competenze”.
Il problema, secondo Rubin, è soprattutto strutturale: una combinazione di tassazione elevata, eccesso di regolamentazione e burocrazia che rende più difficile per le imprese nascere, crescere e assumersi dei rischi.
La sua posizione sull'Unione europea è molto critica. Non propone di eliminarla, ma di limitarne l'interferenza sull'economia e renderla più favorevole all'impresa.
“È un problema che non riguarda soltanto l'Italia. Esiste in Germania e in tutta Europa. Sono ostacoli che possono essere affrontati, ma alla fine la questione è politica”.
Se potesse rivolgersi direttamente a Giorgia Meloni, le darebbe un consiglio molto particolare.
“Le direi: prenditi tre giorni, vai a Capri con una buona bottiglia di vino e chiediti come ristrutturare il rapporto tra Italia e Unione europea in modo che funzioni prima di tutto per l'Italia”.
Non si tratta, precisa, di chiedere di più a Bruxelles.
“L'Italia dovrebbe chiedere all'Europa di chiedere meno all'Italia. L'Unione dovrebbe interferire meno e diventare molto più pro-business”.
E alla domanda se la premier italiana sia abbastanza giovane per comprendere fino in fondo la rivoluzione tecnologica in corso, Rubin respinge la questione anagrafica.
“Non è una questione di età. È una questione di mentalità. Bisogna decidere dove si vuole andare e poi andarci”.
Cita anche Elon Musk e il rapporto costruito negli ultimi anni con la premier italiana.
“Meloni dovrebbe sedersi con lui per qualche ora e ascoltare cosa pensa delle riforme, dell'innovazione e di ciò che bisogna cambiare”.
Il punto, per Rubin, è che il tempo a disposizione si sta riducendo. Gli Stati Uniti stanno trattando AI e semiconduttori come strumenti sempre più strategici, mentre l'Europa prova contemporaneamente a regolamentare il settore e a costruire una propria capacità industriale.
In mezzo c'è l'Italia, che dispone di università, industria, manifattura avanzata, design e creatività, ma deve ancora decidere fino in fondo quale ruolo vuole avere nella nuova rivoluzione tecnologica.
“Non possiamo più vivere senza tecnologia. L'iPhone è praticamente diventato un organo del corpo. E l'intelligenza artificiale entrerà in ogni cosa”.
La domanda, quindi, non è più se l'AI cambierà l'Italia.
È se l'Italia riuscirà a costruire una parte di quel cambiamento o continuerà soprattutto a importarlo dagli altri. (aise)