Leone XIV: vicino al popolo venezuelano

foto Vatican Media

ROMA\ aise\ - “Desidero esprimere la mia solidarietà ai miei fratelli e sorelle venezuelani colpiti dai recenti terremoti che hanno causato numerose vittime e feriti, oltre a ingenti danni materiali. Mentre prego il Signore per l'eterno riposo dei defunti, rinnovo la mia vicinanza spirituale alle loro famiglie, ai feriti e a tutti coloro che sono stati colpiti da questa tragedia. Allo stesso modo, esprimo la mia gratitudine e il mio incoraggiamento a tutti coloro che si stanno generosamente adoperando nelle operazioni di ricerca e soccorso”. Così Papa Leone XIV ha concluso, in spagnolo, la sua meditazione dopo aver recitato l’Angelus della domenica insieme ai fedeli in piazza San Pietro.
Richiamata la pagina del Vangelo di Matteo proposta dalla liturgia, il Papa si è soffermato su “alcune esortazioni di Gesù per vivere la sequela ed essere testimoni del suo Regno. Non si tratta – ha spiegato – di qualche atto esteriore, ma di impegnare tutto noi stessi in una relazione d’amore con Lui. E per portare frutto, l’amore richiede almeno tre cose: il distacco, la perdita e l’accoglienza”.
“Anzitutto il distacco. Gesù – ha spiegato Leone - dice: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me”. Nel momento in cui inizia a inviare in missione i suoi apostoli, il Signore li vuole liberi da qualsiasi legame. Ma per tutti vale il fatto che anche gli affetti più importanti trovano la loro pienezza grazie all’amore che Cristo ci dona. Pensiamo, ad esempio, alla vita matrimoniale: si può viverla pienamente solo “lasciando” la casa dei genitori per impegnarsi nella relazione coniugale”. E ancora: “pensiamo anche alla crescita dei figli: li si aiuta a realizzarsi e ad essere felici educandoli a “camminare con le loro gambe” e a compiere le loro scelte. Dice Sant’Agostino: “È doloroso il distacco da ciò che ami. Ma anche l’agricoltore perde temporaneamente ciò che semina”. Solo “perdendo” quel seme, gettato nel terreno, potrà vederlo fiorire”.
In questo senso, ha aggiunto, “l’amore è anche perdita. Ci riesce difficile comprenderlo, specialmente in un mondo in cui perdere sembra essere una debolezza e si è ossessionati dall’avere e dal possedere. L’amore, però, porta frutto solo nel donarsi: quando siamo disposti a perdere un po’ del nostro io per fare spazio all’altro, a perdere un po’ di tempo per ascoltare un amico, a perdere un po’ di comodità per condividere una situazione di disagio. Chi trattiene la vita solo per sé stesso – dice il Vangelo – in realtà la perde, perché essa non si apre alla gioia dell’amore e diventa sterile. Per questo Gesù ci invita ad abbracciare la Croce: Egli si è offerto, ha perduto sé stesso e, proprio così, noi abbiamo potuto ricevere la sua vita in abbondanza. Allo stesso modo, se viviamo nella logica del dono, anche noi saremo capaci di generare vita nuova nelle nostre relazioni”.
Infine, l’accoglienza: “l’amore – ha sottolineato il Papa - si esprime in scelte e azioni concrete, in un impegno fatto di piccoli gesti quotidiani, come quello di offrire un bicchiere d’acqua a chi ha sete. Gesù, inviando i suoi discepoli davanti a sé, chiede loro di andare senza provviste, cioè di essere bisognosi, perché in questo modo potranno suscitare accoglienza in coloro che incontreranno. E così, accogliendo chi viene nel nome di Gesù, si accoglie Lui e il Padre celeste che lo ha mandato. L’amore per il Signore passa sempre attraverso l’accoglienza dei fratelli”.
“Carissimi, - ha concluso – preghiamo la Vergine Maria, che ha amato il suo Figlio sapendolo anche perdere: ci aiuti lei ad essere testimoni umili e gioiosi dell’amore di Cristo”. (aise)