Cosenza Post/ Dalla Calabria all’ICE: Greg Bovino e la memoria dimenticata dell’emigrazione – di Franco Alimena

COSENZA\ aise\ - “Greg Bovino è noto oggi alle cronache statunitensi come uno dei volti più duri della politica federale sull’immigrazione. Dirigente di primo piano dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE), è diventato simbolo di una linea operativa improntata alla massima rigidità, fatta di blitz ad alto impatto mediatico, linguaggio bellico e slogan aggressivi come “turn and burn”, che hanno acceso un forte dibattito negli Stati Uniti. Un dato, però, è certo ed è lo stesso Bovino ad averlo più volte ricordato: discende da una famiglia di emigranti italiani, originaria della Calabria, che lasciò l’Italia nel 1909. È su questo terreno, storico prima ancora che politico, che la sua figura pubblica assume un significato particolare”. Così inizia l’inchiesta che Franco Alimena ha pubblicato nei giorni scorsi su “Cosenza Post”, dove ha scavato nelle radici italiane di Greg Bovino.
“Secondo la documentazione genealogica oggi disponibile, la linea familiare riconduce con buona probabilità a Michele Bovino, verosimilmente bisnonno di Greg, nato il 18 febbraio 1881 ad Aprigliano, nel cuore della provincia di Cosenza. Michele è figlio di Francesco Bovino e Maria Anna Ricciuti, trisavoli di Greg, appartenenti a quella Calabria contadina che tra fine Ottocento e primo Novecento fu una delle principali aree di partenza dell’emigrazione italiana. I registri dello Stato civile restituiscono l’immagine di una famiglia radicata nel territorio, non marginale né irregolare, ma inserita pienamente nel tessuto sociale locale.
Nel 1908 Michele Bovino si sposa ad Aprigliano con Luigina Tedesco, figlia di Leonardo Tedesco e Caterina Serraglio. L’atto di matrimonio rivela un dettaglio significativo: il padre della sposa risulta già residente in America, segno evidente di una catena migratoria familiare attiva. Pochi mesi dopo le nozze, nel 1909, Michele parte per gli Stati Uniti. È una sequenza tipica dell’emigrazione meridionale: matrimonio in paese e poi il viaggio oltreoceano, spesso affrontato con l’idea di un ritorno possibile ma incerto.
Da questa esperienza nasce la generazione successiva. Nel 1915 viene alla luce Vincent James Bovino, indicato nei documenti come figlio di Michele e Luigina. Cresciuto negli Stati Uniti tra Pennsylvania e Ohio, Vincent incarna quella generazione sospesa tra due mondi, italiana per origine familiare e americana per destino. È lui, secondo la ricostruzione genealogica, il nonno di Greg Bovino.
Il percorso familiare prosegue con Michael Bovino, detto Mike, nato intorno al 1944, padre di Greg. La sua vicenda personale introduce una frattura drammatica nella storia dei Bovino negli Stati Uniti. Nel giugno del 1981 Mike Bovino fu protagonista di un grave incidente stradale causato dalla guida in stato di ebbrezza, nel quale perse la vita una donna. L’episodio, ampiamente riportato dalla stampa locale della Carolina del Nord, segnò profondamente la famiglia. Condannato per l’incidente mortale, Mike Bovino scontò una pena detentiva di diciotto mesi in un istituto carcerario della Carolina del Nord. Una tragedia che restituisce l’immagine di un percorso familiare tutt’altro che lineare, segnato anche da cadute e conseguenze irreversibili.
È in questo contesto che nasce Gregory Bovino, venuto al mondo nel 1970. La sua carriera lo porta a scalare rapidamente i ranghi delle forze federali fino a diventare uno dei dirigenti più influenti dell’ICE. È a questo punto che la storia familiare e la storia pubblica sembrano entrare in collisione.
Il funzionario che oggi guida operazioni durissime contro i migranti proviene da una storia fatta di partenze, di emigrazione calabrese, di catene familiari oltreoceano e di fragilità sociali, non da una tradizione di chiusura o di esclusione. Non si tratta di mettere in discussione l’applicazione della legge, ma di interrogarsi sul linguaggio, sui metodi e sulla memoria storica che accompagna l’esercizio del potere.
Questo cortocircuito emerge con forza anche guardando all’attualità più recente. L’ultima vittima di un’operazione dell’ICE è stata Alex Pretti, cittadino americano ucciso durante un intervento federale che ha suscitato proteste e polemiche in tutto il Paese. Anche in questo caso, la genealogia riporta a una storia di emigrazione: Pretti discendeva da una famiglia di origine trentina, e il cognome stesso rimanda a un bisnonno Preti, arrivato negli Stati Uniti dall’Italia settentrionale in cerca di lavoro e integrazione.
Due storie diverse, due esiti opposti, ma una stessa radice: l’emigrazione italiana. Da una parte il discendente di un calabrese diventato guardiano inflessibile delle frontiere; dall’altra il discendente di emigranti trentini che finisce travolto dalla violenza di quello stesso apparato. È in questo intreccio che la questione supera la cronaca e diventa memoria collettiva.
La domanda finale, allora, non riguarda solo Greg Bovino, ma l’America nel suo insieme: si può costruire una politica fondata sulla repressione totale dell’immigrazione dimenticando che gran parte di questa nazione, nei suoi cognomi e nelle sue storie familiari, nasce proprio dall’emigrazione? Perché l’America che accolse Michele Bovino nel 1909 e i Preti partiti dal Trentino è la stessa che oggi respinge altri migranti. E smarrire questa continuità storica non rende lo Stato più forte: lo rende soltanto più smemorato”. (aise)