ItaloAmericano.org/ Ermanno Carbonara, il restauratore italiano che fa rivivere le Watts Towers – di Silvia Nittoli


SAN FRANCISCO\ aise\ - “Le Watts Towers sono uno straordinario simbolo di resilienza degli immigrati e di ambizione artistica e sono, oggi, uno dei monumenti più amati e unici di Los Angeles. Ideate e costruite nell’arco di tre decenni dall’immigrato italiano Sabato “Simon” Rodia, le Torri catturano la fusione culturale delle radici italiane con il mondo creativo e vivace di Los Angeles. Queste strutture, che si innalzano per quasi 100 piedi sopra il quartiere di Watts, create con un mix eclettico di materiali di recupero come vetro di bottiglie, frammenti di ceramica, conchiglie e maniglie dei rubinetti, ora rivaleggiano con icone come l’Hollywood Sign e “Urban Light” del LACMA in termini di popolarità e visibilità”. Così scrive Silvia Nittoli su l’ItaloAmericano.org, magazine bilingue diretto a San Francisco da Simone Schiavinato.
“Nel 2021, le Watts Towers hanno festeggiato il loro centenario, ma il tempo e le intemperie avevano messo a dura prova la loro costruzione non convenzionale. Il Los Angeles County Museum of Art (Lacma) è intervenuto per coordinare uno sforzo di stabilizzazione su larga scala. Nonostante i ritardi dovuti alla pandemia, Ermanno Carbonara e un team di esperti restauratori hanno riparato meticolosamente le crepe, rinforzato le sezioni corrose e utilizzato una malta speciale per riprodurre i progetti originali di Rodia, riportando le torri alla stabilità e preservandone le caratteristiche.
Attorno alle torri è nato il Watts Towers Arts Center Campus, per sostenere l’orgoglio culturale e il legame all’interno della comunità. I programmi del centro, guidati dalla direttrice Rosie Lee Hooks, includono lezioni e mostre che celebrano l’eredità delle Torri e l’arte unica di Rodia. Il campus circostante, che ospita il Charles Mingus Youth Arts Center e il Garden Studio, è diventato uno spazio comunitario vitale in cui residenti e visitatori vengono a riflettere sul potere duraturo del patrimonio e della creatività. Come monumento storico nazionale e simbolo dell’arte degli immigrati, le Watts Towers rimangono un intenso ricordo del viaggio di Rodia e dei valori di perseveranza, comunità ed espressione creativa.
La storia delle Watts Towers è affascinante: alcuni credono che l’ispirazione di Simon Rodia per la costruzione delle Watts Towers sia stata l’antica Festa dei Gigli di Nola, in provincia di Napoli, non lontano dal suo paese d’infanzia, Serino. Durante la festa patronale di giugno, gli uomini portano sulle spalle, in parata, delle torri appuntite. A dominare il complesso triangolare di Watts ci sono infatti tre torri scheletriche che da lontano ricordano gli alberi di una nave e che, come ci spiega il restauratore Ermanno Carbonara, non solo l’unica parte che compone l’opera di Rodia.
“Le chiamiamo Watts Towers perché le torri sono la parte più evidente, ma è un sito molto più ampio e complesso. In quest’opera c’è di tutto: architettura, scultura, decorazione, mosaico e tanti, tanti colori e materiali. Rodia ha costruito un luogo in cui ci ha messo tutto il suo immaginario, tutto quello che gli passava per la mente, libero da ogni condizionamento”.
Nato nel 1879, Sabato Rodia, arrivò negli Stati Uniti all’età di 15 anni per lavorare nelle miniere di carbone della Pennsylvania. Conosciuto come Simon o Sam, visse a Seattle, Oakland e Long Beach prima di acquistare un pezzo di terra nella città di Watts, poco prima che il quartiere diventasse parte di Los Angeles. Rodia iniziò a costruire nella sua proprietà nel 1921 e completò la maggior parte della struttura attorno alla metà degli anni Cinquanta.
“Simone Rodia aveva comprato questo lotto di terra triangolare con la precisa intenzione di costruire “qualcosa di grande”, e lo cito nel dire questo. La cosa interessante è che addentrandosi sempre di più nel sito ci si rende conto che lui non ha mai smesso, nell’arco di decenni, di costruire, modificare, spostare e ricostruire parti della sua opera”. A spiegarcelo è Carbonara, nato e cresciuto a Monopoli, in provincia di Bari, che dopo aver studiato e insegnato alla scuola per il restauro di Ravenna e aver lavorato in progetti internazionali, dalla Tunisia, al Marocco, dall’Afghanistan al Libano e all’est Europa, si è trasferito stabilmente a Los Angeles nel 2018. Qui ha iniziato a lavorare per il Los Angeles County Museum of Art (Lacma), che l’ha inserito nel progetto di restauro delle Watts Towers.
D. A che punto del lavoro di restauro siete in questo momento?
R. Adesso stiamo lavorando sul lato sud della recinzione, che visto dall’esterno è il lato più ricco di decorazioni. Proprio questa recinzione è forse una delle prime opere che lui ha realizzato, sul quale è tornato più volte ampliandola, decorandola ulteriormente, alzando il livello del recinto, lavorando sulla parte interna finanche spostando le porte, sempre da lui realizzate, che cingevano gli accessi alla proprietà. Per lui è stato un continuo divenire e se fosse ancora in vita lo vedremmo ancora qui alle prese con la sua opera.
D. Questo suo divenire è diventato per voi una continua scoperta. Quale aspetto di questo restauro l’ha appassionata di più?
R. Uno dei punti fermi nella mia carriera lavorando molto su opere antiche è sempre stato quello di riconoscere quali sono state le manomissioni sull’opera originale e quali fra queste possono essere “storicizzate” e quindi diventare in qualche maniera parte dell’opera. Rispetto a quello che noi abbiamo in Italia, questa è un’opera recente, che dunque dovrebbe aver subito poche manomissioni o restauri. Invece non mi ero mai trovato di fronte a una situazione così complessa in termini di sovrapposizioni di interventi passati. È difficile capire quali siano gli interventi autentici di Rodia, che già di per sè si sovrappongono l’uno sull’altro per i suoi continui cambiamenti sull’opera, e quali sono gli interventi che si aggiungono all’opera originale. Con Lacma stiamo anche cercando di decifrare questa situazione così stratificata.
D. Che tipo di materiali ha usato Rodia e quali sono quelli più particolari?
R. Sono stati usati fondi di bottiglie, pietre, marmi, scarti di lavorazione del vetro e molte ceramiche. Per queste ultime stiamo cercando di riconoscerne le provenienze perché molte arrivano da famose fabbriche di ceramiche che c’erano nella zona. Queste ceramiche sono un pezzo di storia che è diventata arte. Poi ci sono anche delle conchiglie; sono state individuate diverse specie che lui ha usato soprattutto nella prima fase del suo lavoro.
D. Quale aspetto di questa opera secondo lei la rende più distintiva?
R. La parte più geniale secondo me è l’aver utilizzato alla base di tutto il cemento armato, che nell’immaginario collettivo rimanda a qualcosa di estremamente pesante. Nell’arte è stato spesso usato ma nessuno artista è mai riuscito a renderlo un materiale così leggero e flessibile come ha fatto Rodia. Lui è riuscito a costruire delle strutture enormi ma che danno un senso di leggerezza incredibile. È come se avesse svuotato e rimosso tutto quello che era in eccesso, non indispensabile. Le torri, il gazebo e le altre sculture del sito sono come delle ragnatele di cemento armato con le torri in particolare che svettano verso l’alto, dando un senso di leggerezza inaspettato.
D. Da italiano, ha trovato un tocco di italianità nelle torri?
R. Devo dire che una componente che richiama l’italianità è l’artigianalità che rimanda alle tecniche del mosaico antico. Rodia era un piastrellista, quindi un artigiano. L’artigianalità della sua opera, l’attenzione alle fasi e la cura dei dettagli potrebbero in qualche maniera richiamare a una tradizione italiana. Non è un’opera istintiva, non può neanche essere un’opera creata di getto come molti artisti contemporanei a Rodia facevano negli stessi anni. Questa è un’opera che imponeva tempi tecnici di realizzazione, le malte dovevano essere fresche per consentire l’inserimento degli elementi decorativi e dovevano maturare ed essere dure prima di poter proseguire con l’opera. È stata un’opera che ha avuto un lento divenire, che aveva dei tempi obbligati di maturazione, un processo che è durato decenni. Noi italiani siamo spesso legati a tradizioni tecniche antiche, tecniche che erano ben codificate nelle procedure e nei tempi di realizzazione e dove l’arte nell’atto di creazione era legata fortemente ad un fare artigiano.
D. Un terremoto le farebbe cadere?
R. Sono opere molto flessibili e hanno un’ottima risposta alle sollecitazioni. Ovviamente ci sono dei punti più fragili che sono particolarmente monitorati, però in generale è una struttura molto stabile. Nello stesso momento però è un’opera che ha bisogno di una continua attenzione e manutenzione. Questo è un cantiere continuo proprio così come Rodia lo aveva concepito, un laboratorio in divenire. Tra l’altro, a riguardo, una storia curiosa risale agli anni Settanta quando a un certo punto si voleva verificare che le torri non fossero pericolanti e quindi furono programmate delle prove di stress meccanico. Le torri furono legate a dei camion che cominciarono a tirare per verificare quanto questo stress potesse incidere su di esse. Beh, le torri rimasero in piedi e i camion tirarono così forte che alla fine si impennarono. La prova si concluse così.
D. Che tipo di rapporto hanno gli abitanti del quartiere con il sito di Rodia?
R. Le torri sono nel cuore di tutti gli abitanti di questo quartiere e noi lo avvertiamo quando siamo qui. Molte persone che abitano qui quando ci vedono lavorare, ci chiedono informazioni e ci ringraziano per il nostro lavoro. Watts non è un quartiere facile, ma la gente viene qui a riposarsi perché le torri sono un posto di pace. C’è una sorta di rispetto per quest’area e anche di identificazione. Rodia ha lasciato in eredità al quartiere le sue torri che ne sono diventate il simbolo”. (aise)