La Voce di New York/ Da Sarzana al mondo: Piero Colombani, il pittore che dipinge come i miniatori medievali – di Biancastella Antonino


NEW YORK\ aise\ - “Definire l’opera di Piero Colombani (Sarzana, 1952) significa immergersi in una delle esperienze più singolari, anacronistiche ed eroiche del panorama artistico contemporaneo italiano, che vale davvero la pena far conoscere anche al pubblico americano. Tanto più che Colombani, spesso descritto dalla critica – tra cui Vittorio Sgarbi, Gianfranco Malafarina, Sandra Besford e l’indimenticabile direttore degli Uffizi e dei Musei Vaticani Antonio Paolucci – come il “Profeta del Nuovo Gotico”, non è semplicemente un pittore e miniatore, ma un autentico “umanista-alchimista” che ha scelto di fare della propria arte un baluardo etico e spirituale contro le barbarie e la superficialità del mercato odierno, che peraltro ha sempre rifiutato”. A scriverne è stata Biancastella Antonino sulle pagine online di “La Voce di New York”, quotidiano edito dagli Stati Uniti diretto da Lorenzo Robustelli.
“Un mestiere che parte da lontano e uno stile tra medioevo e contemporaneità
Colombani vive e lavora ancora nella sua città natale. Secondo la biografia diffusa dall’artista e il racconto che fa di sé, dopo gli esordi informali, seguiti ai suoi studi presso l’Accademia di Belle Arti, il suo linguaggio è passato attraverso dieci periodi distinti in quasi cinquant’anni di attività, fino alla fase più recente che definisce “Nuovo Gotico, Archetipi in Metamorfosi”. Non si tratta, tuttavia, di un mero esercizio di stile neomedievale o un revival nostalgico, al contrario, l’artista adotta le iconografie, le tecniche rigorose e i codici antropometrici che spaziano tra il Romanico, il Gotico e il Manierismo (con echi fiamminghi del Quattrocento evidenti nella finitezza del dettaglio), per proiettarvi all’interno le inquietudini e i mostri della contemporaneità.
Nei suoi scenari di straordinario impatto visivo, il passato si fonde con il presente: accanto a figure sacre, cavalieri in armatura o angeli potenti, compaiono i fantasmi tecnologici del nostro secolo, dalla robotica all’iper-informatizzazione, fino alle derive del Transumanesimo. Il Medioevo diventa così uno specchio magico e severo per giudicare le storture dell’uomo moderno. “Il mio Nuovo Gotico – scrive Colombani – è un disperato tentativo di risvegliare in tutti gli artisti e pensatori, il ricordo di quel passato, che vide il fiorire dell’epoca umanista: noi tutti l’abbiamo accantonata in un angolo, come una scopa consumata, gettati a capofitto nell’inseguimento delle diaboliche agiatezze dell’informatica, che ha stravolto tutti i valori.
La Miniatura e il Codex Colombanus
In un’epoca in cui l’arte contemporanea ha spesso sacrificato il “saper fare” tecnico sull’altare del puro concetto, Colombani compie, allora, un atto di fiera resistenza artigianale. La sua perizia come miniatore d’arte è assoluta, basata sullo studio rigoroso dell’iconologia e della scienza sacra tradizionale.
La sintesi più alta di questo approccio è il monumentale “Codex Colombanus”, iniziato nel 1997 e tuttora in fieri: un volume di dimensioni “atlantiche” in pergamena, interamente miniato, commentato e illustrato in caratteri neogotici dall’artista stesso, con testi dedicati alla filosofia dell’arte e al simbolismo. Vederlo all’opera – come accaduto anche in recenti mostre-laboratorio (quali De arte illuminandi al Museo Diocesano di Sarzana nel 2026) – restituisce il senso profondo della precisione millimetrica che si fa veicolo di un’ispirazione attualissima.
La radicalità di Colombani consiste anche nel rifiuto dei pigmenti sintetici e industriali della modernità: il maestro prepara i suoi colori macinando a mano minerali rari, legandoli con la tempera all’uovo e stendendo la vera foglia d’oro zecchino su pergamena, seguendo alla lettera le antiche ricette del celebre trattato trecentesco “Il Libro dell’Arte” di Cennino Cennini.
Un ponte ideale con l’America
Per un lettore americano, il termine di paragone più immediato con la Bibbia laica del maestro Colombani è probabilmente la “Saint John’s Bible“, la Bibbia miniata commissionata nel 1998 dall’Abbazia benedettina del Minnesota al calligrafo britannico Donald Jackson: la prima Bibbia interamente scritta e miniata a mano commissionata da un monastero benedettino dai tempi della stampa a caratteri mobili, realizzata su pergamena, pigmenti macinati a mano e oro a 24 carati e in seguito esposta alla Library of Congress e al Getty Center. Il parallelo tecnico è stretto – entrambi i progetti rianimano un mestiere quasi scomparso – ma la differenza è altrettanto istruttiva: il progetto americano è un’impresa collettiva e istituzionale, sostenuta da un’università e realizzata da un team di calligrafi in oltre tredici anni di lavoro; quello di Colombani resta, per ora, un progetto individuale, portato avanti da solo dal 1997 in un atelier in Liguria, senza il sostegno di un’istituzione pubblica, come sarebbe stato auspicabile.
Vale anche un confronto storico più diretto per chi vive a New York: la tradizione dei codici miniati che Colombani reinterpreta è la stessa custodita, tra gli altri luoghi, dalla Morgan Library & Museum di Manhattan, che conserva una delle raccolte di manoscritti miniati medievali più importanti degli Stati Uniti – un patrimonio che rende il pubblico newyorchese, più di altri, attrezzato a valutare la difficoltà tecnica di ciò che Colombani mostra dal vivo a Sarzana, ultimamente, ma anche nella magnifica Biblioteca Riccardiana di Firenze nel 2013 in una storica Mostra dedicata alla riscoperta delle tecniche miniatorie, in cui splendidi codici miniati antichi sono stati esposti insieme alle opere di quattro miniatori contemporanei, tra cui spiccava il maestro Colombani.
Non risultano, allo stato attuale, acquisizioni documentate di opere di Colombani da parte di collezionisti o istituzioni americane: è un dato che va detto con chiarezza, per non lasciare intendere un legame che non esiste ancora, mentre sue opere sono state acquisite all’estero in Spagna, in Francia, in Australia e in Russia. Ma il contesto in cui un simile progetto potrebbe trovare interlocutori negli Stati Uniti esiste: dall’interesse istituzionale per i manoscritti miniati – di cui il caso Saint John’s Bible è la prova più recente – alla rete di istituzioni culturali italiane a New York, come l’Italian Cultural Institute o la Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University, che da anni promuovono presso il pubblico italo-americano forme d’arte tradizionali italiane. Se un ponte si costruirà, come ci auguriamo, passerà probabilmente da lì”. (aise)