La voce di New York/ Trump alla Corte Suprema, lo scontro sullo ius soli si consuma davanti ai giudici – di Massimo Jaus


NEW YORK\ aise\ - “La scena è senza precedenti e per questo pesa più delle parole. Nell’aula della Corte Suprema federale, dove la liturgia del diritto tende a cancellare ogni interferenza esterna, oggi (ieri - ndr) sedeva anche il presidente. Donald Trump ha seguito per circa novanta minuti il dibattito su uno dei pilastri della sua agenda sull’immigrazione, poi si è alzato ed è uscito, lasciando dietro di sé una domanda che nessuno ha pronunciato apertamente, ma che tutti hanno percepito: quanto pesa la presenza del potere politico dentro il tempio del diritto?”. A chiederselo è Massimo Jaus su “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Giampaolo Pioli.
“Il precedente che non c’era
Non era mai accaduto che un presidente in carica assistesse a un’udienza della Corte Suprema. Non è un dettaglio formale, è un segnale. Trump si è seduto a pochi metri dai giudici, alcuni dei quali erano stati bersaglio delle sue critiche pubbliche, soprattutto dopo le recenti decisioni sui dazi. Una presenza silenziosa, ma difficilmente neutra.
Tuttavia, se l’obiettivo era quello di imprimere una direzione, l’effetto sembra essere stato opposto. Le domande dei giudici, lungo tutto l’arco ideologico della Corte, hanno mostrato un livello di scetticismo che difficilmente può essere ignorato.
La Costituzione resta la stessa
Il cuore dello scontro è il Quattordicesimo Emendamento, la clausola che da oltre un secolo garantisce la cittadinanza a chi nasce sul suolo americano. L’amministrazione Trump tenta di restringerne l’interpretazione, sostenendo che i figli di immigrati irregolari o temporanei non siano “soggetti alla giurisdizione” degli Stati Uniti.
A sostenere questa tesi davanti ai giudici è stato il Solicitor General D. John Sauer, che ha evocato un “mondo nuovo”, fatto di turismo delle nascite e dinamiche globali che i padri fondatori non potevano prevedere.
La risposta del Chief Justice John Roberts è arrivata secca, quasi a chiudere il perimetro del dibattito, “è un mondo nuovo, ma la Costituzione è la stessa”.
Una frase che vale più di molte pagine di memorie legali.
Dubbi anche tra i conservatori
Non sono stati solo i giudici progressisti a incalzare l’avvocato dell’amministrazione. Anche alcuni membri conservatori della Corte, compresi quelli nominati dallo stesso Trump, hanno espresso riserve sull’interpretazione proposta dalla Casa Bianca.
Il nodo è semplice e allo stesso tempo decisivo, se si accetta che la “giurisdizione” possa essere ridefinita in base allo status dei genitori, si apre una frattura nel principio stesso di cittadinanza. Non più un diritto automatico, ma una condizione da verificare, caso per caso.
Dall’altra parte, l’avvocata Cecillia Wang, intervenuta per conto delle organizzazioni per i diritti civili, ha difeso la lettura consolidata del Quattordicesimo Emendamento, trovando, almeno in apparenza, meno resistenza.
Un caso che ridefinisce l’idea di America
Le conseguenze non sono teoriche. L’ordine esecutivo firmato da Trump nel primo giorno del suo mandato limiterebbe la cittadinanza a chi ha almeno un genitore cittadino o residente permanente, escludendo circa 250.000 bambini ogni anno. Non solo. Secondo i critici, aprirebbe la strada a una revisione più ampia dello status di milioni di cittadini, con effetti diretti su diritti fondamentali come il voto e l’accesso ai documenti.
Tutti i tribunali inferiori che si sono espressi finora hanno bocciato il provvedimento, bloccandone l’entrata in vigore. La Corte Suprema rappresenta dunque l’ultimo passaggio e forse quello definitivo.
L’uscita e il ritorno alla politica
Trump ha lasciato l’aula mentre il suo avvocato concludeva l’esposizione. Poco dopo, è tornato al suo terreno naturale, quello della comunicazione diretta, rilanciando su Truth Social l’idea che gli Stati Uniti siano “l’unico Paese abbastanza stupido” da garantire la cittadinanza per nascita.
Un’affermazione che non regge ai fatti, decine di Paesi nel mondo riconoscono forme di ius soli, ma che conferma la natura politica, più che giuridica, di questa battaglia.
Una decisione che pesa oltre il diritto
La sentenza arriverà a giugno. Ma il senso dell’udienza di oggi è già chiaro. La Corte non sembra disposta a riscrivere, per via interpretativa, uno dei cardini della Costituzione americana.
Resta da capire se questo basterà a chiudere la partita, o se, ancora una volta, il confronto tra potere politico e potere giudiziario continuerà a giocarsi su un terreno dove il diritto è solo una parte della storia”. (aise)