La voce di New York/ Trump e il nazionalismo cristiano al National Mall: “America come nazione di Dio” – di Dania Ceragioli

NEW YORK\ aise\ - “Il National Mall di Washington si è trasformato in un grande spazio di mobilitazione religiosa e politica. Migliaia di evangelici e attivisti conservatori si sono radunati per una giornata di preghiera e discorsi pubblici sostenuta dall’amministrazione Trump, con l’intento di “ridedicare l’America come una nazione sotto Dio”. L’evento, che faceva parte delle celebrazioni per i 250 anni degli Stati Uniti, ha riunito esponenti politici e leader religiosi in un’unica cornice simbolica, tra Capitol Hill e il Washington Monument”. Ne scrive Dania Ceragioli su “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Giampaolo Pioli.
La lettura delle origini
Dal palco, diversi interventi hanno richiamato la figura di George Washington e dei padri fondatori come promotori di un progetto esplicitamente cristiano. Una lettura che ridimensiona il principio della separazione tra Chiesa e Stato, cardine della Costituzione americana. Il presidente della Camera Mike Johnson ha sostenuto che tale divisione sarebbe stata “mal compresa”, mentre il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha invitato la folla a pregare “come fece Washington”, e ad inserire la dimensione religiosa nel linguaggio della politica istituzionale.
Un movimento politico-religioso strutturato
Il raduno è parte di un percorso che vede una componente sempre più influente del movimento evangelico conservatore intrecciato con la politica repubblicana e con l’universo MAGA. L’amministrazione Trump ha progressivamente rafforzato la presenza della fede cristiana nello spazio pubblico, anche attraverso manifestazioni ufficiali e messaggi istituzionali.
Il dibattito sulla storia americana
L’idea degli Stati Uniti come “nazione originariamente cristiana” non è supportata da molti storici. Lo storico vincitore del Premio Pulitzer Joseph Ellis ha descritto questa interpretazione come “errata” e “infondata”, sottolineando che i Padri Fondatori cercarono invece di evitare un legame istituzionale tra religione e Stato. In effetti, diversi dei fondatori più influenti furono profondamente influenzati dal pensiero illuminista e dal Deismo, la fede del XVIII secolo in un creatore compreso attraverso la ragione piuttosto che la dottrina ecclesiastica o la rivelazione divina, e erano scettici nei confronti del cristianesimo ortodosso. Figure come Thomas Jefferson, Benjamin Franklin e Thomas Paine abbracciarono aspetti del deismo, privilegiando la ragione, i diritti naturali e la tolleranza religiosa rispetto alla dottrina tradizionale e all’autorità clericale. Anche George Washington, pur rispettando pubblicamente la religione, spesso parlava nel linguaggio ampio della “Providenza” piuttosto che in termini esplicitamente cristiani. Molti studiosi sostengono che la Rivoluzione Americana fosse radicata meno in una riaffermazione delle tradizioni religiose europee e più nel rifiuto del suo modello di uniformità religiosa imposta dallo Stato.
Religione, politica e identità
Recentemente, il resoconto di un’America cristiana alle origini ha guadagnato spazio nel dibattito politico, soprattutto in parallelo al calo della percentuale di cittadini che si identificano come cristiani. Da un’indagine del Pew Research Center, negli Stati Uniti il sostegno all’idea di una religione di Stato resta minoritario, ma è cresciuto dal 13% al 17% negli ultimi due anni. Al tempo stesso, le posizioni non sono omogenee nemmeno all’interno dell’ambito religioso. Accanto alla spinta del movimento evangelico conservatore, diverse voci del cattolicesimo e delle chiese protestanti tradizionali mettono in guardia dal rischio di una lettura identitaria della fede, e sottolineano come il pluralismo religioso resti uno degli elementi costitutivi della società americana.
Sullo sfondo del Washington Monument e del Campidoglio, l’iniziativa ha trasformato una ricorrenza nazionale in un terreno di ridefinizione politica e identitaria, dove la religione non resta marginale ma diventa parte del linguaggio del potere”. (aise)