La voce di New York/ Un anno dopo Trump sotto esame – di Massimo Jaus

NEW YORK\ aise\ - “Il 20 gennaio di un anno fa, Donald Trump tornava alla Casa Bianca promettendo prosperità, sicurezza, rispetto, speranza. Parole solenni, pronunciate davanti a una nazione già divisa, che oggi suonano come il promemoria di una distanza crescente tra il presidente e il Paese reale. Dodici mesi dopo, l’America non è meno polarizzata, ma è più stanca, più inquieta, più scettica”. Così scrive Massimo Jaus su “La voce di New York”, quotidiano online diretto da Giampaolo Pioli.
“I sondaggi raccontano con crudezza questa fotografia. Una maggioranza netta degli americani, il 58%, giudica fallimentare il primo anno del suo secondo mandato. Solo quattro cittadini su dieci approvano complessivamente la sua presidenza. Ancora più significativo è il dato sulla direzione del Paese: appena il 36% ritiene che Trump abbia le giuste priorità, solo un terzo crede che si preoccupi davvero di persone come loro, percentuali che segnano i livelli più bassi della sua carriera politica.
Non è solo un giudizio politico, è un giudizio umano. Molti americani non vedono in lui un presidente che li rappresenta, ma un leader concentrato su se stesso, sulle proprie battaglie, sulle proprie ossessioni. “Anche quando fa cose buone, appare egoista e disinteressato al bene comune”, ha scritto un elettore indipendente dell’Oklahoma in risposta a uno dei sondaggi. È una frase che, più di molte analisi, fotografa il clima.
Il cuore del problema resta l’economia. Era il terreno su cui Trump aveva costruito il ritorno al potere, la leva con cui aveva conquistato gli elettori indecisi, la promessa che avrebbe dovuto unire almeno una parte del Paese. E invece è diventata la sua principale vulnerabilità. Oltre il 60% degli americani disapprova la sua gestione dell’economia, il 65% giudica negativamente il suo operato sull’inflazione, tre quarti della popolazione ritengono che non stia facendo abbastanza per abbassare i prezzi. Il 76% afferma che il proprio reddito non tiene il passo con il costo della vita. Quasi la metà dice apertamente che le politiche dell’amministrazione li hanno resi finanziariamente più poveri.
Il paradosso è evidente. Trump aveva promesso di “far sparire l’inflazione”, ma i dazi generalizzati imposti sui beni importati hanno finito per alimentare nuove pressioni sui prezzi. Aveva promesso di difendere il potere d’acquisto, ma basta andare a fare la spesa per rendersi conto che la vita quotidiana è diventata più costosa. E quando l’economia delude, negli Stati Uniti il consenso evapora rapidamente. Un approfondito studio del Wall Street Journal mette in evidenza come, alla fine dei conti, i dazi li paghino i consumatori americani.
Un sondaggio della CNN evidenzia come il presidente abbia perso consenso soprattutto tra gli elettori indipendenti, la fascia decisiva di ogni elezione. Qui i numeri sono impietosi. Solo il 29% approva Trump secondo il sondaggio Marist, il 33% secondo Quinnipiac, il 31% secondo CBS, il 29% secondo CNN. Peggio ancora secondo il sondaggio condotto da NPR/PBS NewsHour/Marist che evidenzia come gli americani in generale siano in larga maggioranza contrari a nuove azioni militari di Trump e pensano che il Presidente debba chiedere il via libera al Congresso. La percezione generale è che Trump abbia indebolito il ruolo globale degli USA, e la sua approvazione resta al 38%.
In alcuni casi il saldo negativo supera i 40 punti. È un dato politicamente tossico per un presidente che tra meno di un anno affronterà le elezioni di midterm con maggioranze risicatissime al Congresso.
La sua base resta compatta, quasi granitica. Nove repubblicani su dieci continuano ad approvarlo, tra gli elettori MAGA il sostegno è quasi totale. Ma è una forza chiusa in sé stessa, che non cresce, che non conquista nuovi consensi. Anzi, li perde. Il gradimento tra i giovani sotto i 35 anni è sceso al 30%, tra i latinoamericani è crollato, tra gli elettori moderati è ormai marginale.
Trump governa come se fosse ancora in campagna elettorale permanente, ma il Paese attorno a lui non risponde più con la stessa intensità. Anzi, sempre più americani ritengono che stia abusando del potere presidenziale, che stia forzando le istituzioni, che stia spingendosi troppo oltre nel tentativo di plasmare la cultura, l’amministrazione, persino le istituzioni simboliche del Paese. Il 58% afferma che ha esagerato nell’uso dei poteri dell’esecutivo, il 62% lo accusa di aver superato il limite nel tentativo di intervenire su istituzioni culturali come lo Smithsonian e il Kennedy Center.
Eppure, nonostante tutto, Trump resta la figura dominante della politica americana. La Casa Bianca continua a dettare l’agenda, i media continuano a ruotare attorno alle sue mosse, il Partito Repubblicano continua a esserne vassallo. Ma il dominio mediatico non coincide più con il consenso sociale. È questa la vera novità di questo primo anniversario.
Un anno dopo il ritorno alla Casa Bianca, Trump appare più potente che mai nel controllo del proprio partito, ma più isolato che mai nel Paese. La sua base lo segue, il resto dell’America lo osserva con crescente distanza. I sondaggi non raccontano solo un calo di popolarità, raccontano una frattura emotiva. E raccontano soprattutto una verità politica difficile da ignorare: il presidente che aveva promesso di riportare prosperità e fiducia si trova oggi a dover spiegare perché tanti americani si sentano più poveri, più inquieti e più lontani da lui”. (aise)