Messaggero di Sant’Antonio/ Il mio paradiso si chiama Amazzonia – di Antonio Gregolin

PADOVA\ aise\ - “Non ostenta penne colorate, ma nel cuore la salesiana missionaria Rosy (alias Rosalia) Lapo, 74 anni, nativa di Longare, piccolo borgo alla periferia di Vicenza, si sente una indios tutta d’un pezzo, come mostra anche il suo vigoroso fisico di donna veneta d’altri tempi. Per convincersi, è sufficiente conoscere il tempo e il luogo dove lei vive: cinquant’anni di Amazzonia bastano, infatti, a comprendere che il suo è un animo diviso a metà tra l’amore verso i vicentini, tra i quali è nata e cresciuta, e gli indios che l’hanno adottata”. Ad intervistarla è stato Antonio Gregolin per il “Messaggero di Sant’Antonio – edizione per l’estero” di febbraio.
“Per raggiungere i villaggi sul confine tra Brasile e Colombia, quelli degli indigeni Baniwa, Barè, Coricapo, Cubeu, oltre all’aereo suor Rosy deve fare altri sette giorni di navigazione nel Rio Negro: “Una cosa normale per chi vive in Amazzonia. Ci sono abituata e non mi pesa, anche perché durante la lunga navigazione può accadere di tutto. Sono ormai indigena nell’anima, visti i tanti anni di vita trascorsi nella grande foresta. E quando il corpo mi abbandonerà, voglio essere lasciata riposare tra i giganteschi alberi e la mia gente” confida con la naturalezza tipica di quel mondo verde.
Per suor Rosy, non c’è nulla di eccezionale nei racconti che fa: “è solo una vita diversa e immersiva: noi ci sentiamo nel cuore della Creazione, dove Dio sembra ancor più presente nelle cose quotidiane”. Ecco perché dialogare con questa donna e religiosa della Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice, significa fare davvero un viaggio lontano dai nostri standard occidentali.
Il suo “è solo un altro mondo” come lei stessa precisa. Sarà anche per questo che ogni volta che torna a casa, la sua comunità natale la abbraccia con l’affetto e la stima che si addice a un’ambasciatrice che giunge, appunto, da un altro mondo: “da decenni convivo con una doppia anima, ma con un unico cuore per tutti. Nascere a Longare è stata sicuramente una fortuna, ma essere stata adottata dalla gente della foresta credo sia un privilegio che mi viene da Dio stesso. Per questo, trascorsi i tre mesi di soggiorno in famiglia, il desiderio di tornare nella mia casa nella foresta, diventa tanto incontenibile quanto visibile”.
Come se non bastasse, suor Rosy ha un’altra vocazione oltre a quella missionaria: quella sanitaria. È infatti infermiera e questo nella foresta significa essere un “ospedale con i piedi”, a disposizione di tutti. “Mi trovo infatti a curare, sanare ma anche a seguire spiritualmente i moribondi – conferma la religiosa –. Far nascere i bambini e battezzarli, come pure fare un funerale quando il prete non c’è, visto che tra una visita e l’altra di un sacerdote passano anche mesi. Posso passare da una sala operatoria, o un ambulatorio, alla capanna nel cuore della foresta. Questa è la “mia” Amazzonia quotidiana, dove devi saper fare di tutto, date le infinite distanze. In mezzo secolo ho fatto nascere più di cinquemila bambini indios. Per questo mi considerano una grande mamma. Molti di quei bambini sono oggi cresciuti e hanno famiglia, e quando li incontro è una festa. I villaggi sono lontani settimane di cammino l’uno dall’altro. Da un po’ di anni, abbiamo le prime vocazioni indigene di preti e suore, che saranno la nostra eredità spirituale quando noi tre sorelle (oltre a suor Rosy ci sono suor Zulmira Lacerda Muniz e suor Sirlei Oliveira da Silva, ndr) non ci saremo più”.
Proprio mentre conversiamo con suor Rosy, le arriva via email la sua nuova destinazione: un villaggio ancora più povero e lontano, tra gli indios Hupdam nella foresta più profonda. Lei non si scompone, e aggiunge: “la foresta non abbandona mai nessuno, e accoglierà anche me nella nuova missione che mi aspetta. Sono certa che la Provvidenza arriva dove nessuno può”.
Non c’è distanza che tenga per la missionaria veneta, così, quando lei è in Italia, il suo pensiero corre costantemente alle cose che deve fare in Amazzonia. Come un ponte pedonale, un collegamento che serve per raggiungere i villaggi più poveri quando il fiume è in piena e le comunità restano isolate: “siamo in uno degli affluenti del Rio Negro, il Rio Tiquiè. Qui, quando arriva la stagione delle piogge, possono passare settimane prima che le acque si plachino e si possano ristabilire i collegamenti. Per questo serve un ponte: quello che vorrei ristrutturare”. Ci mostra le foto del fatiscente ponte fatto di semplici assi di legno, che intende ripristinare: “qualche donazione è già arrivata dai benefattori, ma non basta per consolidare con il cemento i due plinti su cui poggia la passerella, evitando così che le acque impetuose lo spazzino via ogni volta. Il problema, lì, è che i materiali bisogna trasportarli per 700-800 chilometri lungo il fiume, e così i costi raddoppiano. Fatti i plinti di cemento, la passerella sarà sempre di legno, come tutto il resto”.
Com’è la quotidianità di suor Rosy? “Vivo e dormo in capanne fatte di legno e foglie. Mi muovo su sentieri dove l’unico colore è il verde del fogliame. Ecco perché quando torno la domanda che mi viene rivolta è sempre la stessa: “Ma come fai con i servizi igienici: il bagno o la doccia?”. Nella foresta, come si può immaginare, non esistono bagni. La difficoltà è quella di uscire di notte, col buio e l’aiuto di un bastone, cercando un posticino, ma sapendo che di notte la vita nella foresta pullula di animali. Eppure a questo ci si abitua presto… Per lavarmi c’è poi l’acqua del fiume, dove vado accompagnata da uno stuolo di piccoli indios, trasformando il bagno in un momento di divertimento per tutti”. Tutto questo a 74 anni compiuti? “Sì, e posso dirmi fortunata, se considero che l’età media degli indios difficilmente va oltre i 54 anni. In Amazzonia cadono tutte le differenze tra vita e morte, e quando si muore si torna totalmente alla foresta. Se muore un anziano, si scava un buco ai piedi di un albero e lì viene sepolto. Se invece è un bambino a morire, la fossa viene scavata dentro la capanna, perché l’anima del piccolo defunto protegga la famiglia e l’intera comunità. Lì capisci perfettamente che cosa intendesse dire Francesco di Assisi con il suo cum tucte le creature, perché percepisci la carezza del Creatore che si estende su ogni cosa. Condizione, questa, che mi manca quando arrivo a casa in Italia”.
La parola “felicità” suor Rosy non riesce a contenerla, talmente forte è la sua energia vitale. Per chi la avvicina, la religiosa vicentina rappresenta una sorprendente lezione di vita e una fonte di ammirazione, con pure un pizzico d’invidia.
“Se sono felice? Oggi più di ieri, per il dono che il mio Signore mi ha dato – conclude –. Sono entrata in convento a 24 anni, quando avevo già il fidanzato e tutto sembrava fatto. Ma il Signore riserva sorprese, e da mezzo secolo sono in quella benedetta terra d’Amazzonia, dove la felicità sta nel tutto e nel niente””. (aise)