Messaggero Sant’Antonio/ Comusichiamo? - di Luciano Gerry Gerardi


PADOVA\ aise\ - “Cosa succede all’identità di una persona emigrata quando sul cammino della vita si innesta l’ombra della demenza? In una terra di frontiera e di sogni come l’Australia, per migliaia di anziani della nostra comunità il declino cognitivo rischia di trasformarsi in una condanna alla solitudine estrema. Una condizione complessa che il dottor Simone Marino – ricercatore post-doc presso la Edith Cowan University di Perth (Western Australia) e operatore nel campo dell’assistenza agli anziani – definisce senza mezzi termini come una “triple absence”. Se la prima assenza è il distacco fisico dalla terra d’origine, e la seconda è una non totale integrazione nel tessuto sociale del Paese d’arrivo, la terza è la forma più dolorosa di isolamento: l’invisibilità o quella che in ambito accademico viene chiamata “morte sociale”. Per squarciare questo silenzio è nato, nel 2018, Comusichiamo: un progetto innovativo ideato da Marino insieme alla professoressa Loretta Baldassar. Comusichiamo unisce due azioni vitali: comunicare e fare musica insieme. L’obiettivo è colmare un vuoto metodologico importante”. A scriverne è Luciano Gerry Gerardi sul “Messaggero di Sant’Antonio – edizione per l’estero” di settembre.
“Se infatti i benefici della musicoterapia sono già ampiamente documentati dalla scienza medica, troppo spesso è mancato uno sguardo antropologico in grado di valorizzare la cultura d’origine, la lingua madre (la home language) e le storie biografiche specifiche dei migranti.
DALLA CALABRIA A PERTH
L’ispirazione profonda di questo progetto non risiede solo nei manuali accademici, ma affonda le radici nella memoria personale del ricercatore. “Tutto nasce da mio nonno Nino, in Calabria”, racconta Marino. “Da giovane passavo molto tempo nella sua fattoria. Mio nonno raccontava continuamente storie della guerra vissuta come soldato in Africa durante il secondo conflitto mondiale. Tra queste, la vicenda di un commilitone che voleva a tutti i costi uccidere un soldato nemico africano. Nonostante mio nonno si fosse opposto fermamente, il suo commilitone riuscì a uccidere il militare africano. Quell’episodio lo segnò per oltre settant’anni, e concludeva sempre il suo racconto con le stesse identiche parole: “Quello era un figlio di mamma proprio come noi”. Quando la demenza ha preso il sopravvento e mio nonno è diventato quasi non verbale, noi familiari ci siamo aggrappati a quelle storie. Continuavo a raccontargliele e il suo sguardo si riaccendeva, la sua attenzione tornava. Le storie non erano semplici ricordi, erano la sua identità, i suoi valori”.
Questa intuizione empirica si è tradotta in un protocollo di ricerca qualitativa ed etnografica sul campo, applicato oggi presso la struttura per anziani InCasa Home and Community Care Centre, nell’area di Fremantle, a sud di Perth. Un territorio densamente popolato da storiche comunità di emigrati italiani provenienti soprattutto dalla provincia di Messina e dall’Abruzzo mentre ad Adelaide, dove Marino ha vissuto e studiato in precedenza, prevalgono le origini calabresi e beneventane.
RICUCIRE L’IDENTITÀ
Il lavoro di Comusichiamo si sviluppa su due binari paralleli. Il primo è individuale: attraverso l’osservazione partecipante e lunghe sessioni di ascolto con l’anziano e i suoi familiari, Marino raccoglie le storie di vita, i ricordi più nitidi e le parole ricorrenti.
In antropologia si parla di ipsissima verba: quelle espressioni precise che la persona affetta da demenza ripete come un mantra protettivo. Da questo materiale viene creato un piccolo libro biografico o, nei casi di perdita totale della parola, una canzone personalizzata costruita ad hoc sulla base dei gusti musicali del paziente (spesso sono canzoni italiane degli anni Quaranta, Cinquanta e Sessanta del secolo scorso), e registrata con strumenti tradizionali.
“Porto spesso sul campo strumenti folk come l’organetto, la lira calabrese o la zampogna”, spiega Marino. “Suoni che hanno un potere evocativo immenso, una chiave d’accesso privilegiata a zone del cervello che la demenza non riesce a intaccare. È quello che chiamo “il suono del benessere”. Ricordo un uomo, da tempo isolato e non verbale, che sentendo la zampogna ha iniziato a ricordare e a raccontare con lucidità la sua infanzia in Sicilia. Per queste persone non è importante la veridicità storica del ricordo in sé, ma il processo di costruzione e mantenimento dell’identità. Un esempio è un ex costruttore siciliano di Fremantle. Quando la malattia è avanzata, ha iniziato a subire lo stigma dell’isolamento. Nei nostri incontri ripeteva continuamente i dettagli degli edifici e delle strade che aveva costruito. Quando ha perso l’uso della parola, ho composto una tarantella siciliana, con tamburello e chitarra, che racchiudeva le sue parole e le sue imprese. Ascoltandola, i suoi occhi si bagnavano di lacrime e il corpo rispondeva al ritmo. Abbiamo restituito dignità alla sua essenza di grande artigiano”.
LA SECONDA GIOVENTÙ
Il secondo binario del progetto è collettivo e si concretizza ogni venerdì nel coro La Seconda Gioventù a Fremantle. Un gruppo che unisce anziani, con e senza deterioramento cognitivo, per cantare i brani della tradizione popolare: da Mamma a Vola colomba fino a Chitarra romana. I risultati qualitativi, monitorati anche grazie a scale di misurazione medica del livello di coinvolgimento (engagement), sono sorprendenti. L’incontro settimanale è diventato un vero e proprio rituale sociale. I partecipanti arrivano eleganti, pettinati, con spille tricolori e simboli d’appartenenza.
“La moglie di un partecipante mi ha confidato che quando suo marito esce dalle prove del coro “sembra più alto”, mentre la figlia di un’altra anziana mi ha chiesto stupita come fossimo riusciti a trasformare l’umore di sua madre”, racconta con orgoglio il ricercatore di Perth. In un sistema di assistenza come quello australiano, dove la Royal Commission on Aged Care Quality and Safety ha più volte evidenziato l’urgenza di colmare le lacune nell’approccio multiculturale, la ricerca di Simone Marino indica una strada chiara: la demenza non cancella la storia di un individuo, la sposta in un luogo più profondo che può essere raggiunto solo parlando la lingua del cuore e suonando le melodie della giovinezza”. (aise)