La voce degli eletti all’estero

ROMA – focus/ aise – “Insieme alla collega Chiara Gribaudo, Presidente del Gruppo parlamentare di amicizia Italia-Vietnam, ho incontrato Trần Thanh Mẫn, neo eletto Presidente dell’Assemblea Nazionale del Vietnam, nel quadro di un confronto istituzionale di grande rilievo per il rafforzamento dei rapporti tra i nostri due Paesi”. Così Nicola Carè, deputato Pd eletto in Africa, Asia e Oceania, in una nota in cui sottolinea “l’importanza” dell’incontro “sia sotto il profilo politico che parlamentare” e che “assume per me un significato particolare anche in ragione del fatto che il Vietnam rientra nella circoscrizione Estero che rappresento in Parlamento”.
“Proprio per questo, - sottolinea Carè – considero il consolidamento delle relazioni con Hanoi una parte concreta del mio impegno istituzionale a favore della presenza italiana nel mondo e del rafforzamento del dialogo con un’area strategica come quella dell’Indo-Pacifico”.
Nel corso dell’incontro, riporta il deputato, “è stato ribadito il valore della diplomazia parlamentare come strumento essenziale per consolidare rapporti di amicizia, collaborazione e confronto tra istituzioni, favorendo una cooperazione sempre più ampia sul piano politico, economico e culturale. Il rapporto tra Italia e Vietnam, infatti, non si esaurisce nel dialogo tra Assemblee legislative, ma si misura anche nella crescita degli scambi economici, nelle opportunità per il sistema produttivo italiano, nella presenza delle nostre imprese e nel ruolo svolto dagli italiani che vivono e lavorano in Vietnam”.
“Si tratta – rimarca il parlamentare dem – di una relazione che va sostenuta con una visione politica chiara, capace di accompagnare l’internazionalizzazione delle aziende italiane, valorizzare il Made in Italy e rafforzare la rete delle nostre comunità all’estero. L’Italia deve continuare a investire nelle relazioni con il Vietnam, sia sul piano istituzionale sia sul piano economico e sociale. Parliamo di un Paese dinamico, centrale negli equilibri dell’Asia e sempre più rilevante per le prospettive di cooperazione internazionale, per le nostre imprese e per la presenza italiana nell’area”.
“Rafforzare questo legame – conclude Carè – significa dare più forza alla proiezione internazionale dell’Italia e costruire nuove opportunità per i nostri territori, per il nostro sistema produttivo e per i nostri connazionali all’estero”.
Si intitola “Chiesa e Stato in Brasile. Religione, politica e società nella Repubblica (1889-1945)” il volume, edito da Carocci, che verrà presentato lunedì prossimo, 20 aprile, dalle 17.30 alle 18.30 nella Sala Stampa della Camera su iniziativa di Fabio Porta, deputato Pd eletto in America Meridionale e Presidente della Sezione di Amicizia Italia-Brasile dell’Unione Interparlamentare.
All’incontro - un’occasione di approfondimento sui rapporti tra istituzioni politiche e mondo religioso nel Brasile repubblicano – parteciperanno, oltre a Port, l’autore Jair Santos, Donatella Strangio della Sapienza Università di Roma, Matteo Luigi Napolitano dell’Università degli Studi del Molise, p. Lorenzo Prencipe del CSER e Fausta Speranza de L’Osservatore Romano. Il dibattito sarà coordinato da Gianni Lattanzio di MeridianoItalia.
Il libro ricostruisce l’evoluzione dei rapporti tra Stato e Chiesa in Brasile dalla proclamazione della Repubblica fino alla metà del Novecento, soffermandosi sul processo di laicizzazione inaugurato nel 1889 e sulla successiva stagione di collaborazione tra istituzioni politiche e cattolicesimo, e analizza in particolare il ruolo della religione nella formazione del consenso politico e sociale, anche in relazione ai flussi migratori dall’Italia verso il Brasile e alla presenza delle comunità italiane nel Paese latinoamericano.
“Respingiamo l’idea che le persone migranti diventino il capro espiatorio universale per ogni problema del Paese: dalla crisi abitativa al consumo di suolo, dalle carenze del sistema scolastico alla crisi climatica”. Questo è quanto si legge nel comunicato con cui diverse organizzazioni italiane in Svizzera hanno annunciato la costituzione del Comitato per il No all’iniziativa “antistranieri” in Svizzera, referendum che si voterà il prossimo 14 giugno per iniziativa dell’Unione Democratica di Centro, il partito di destra più rappresentato all’interno del Parlamento elvetico, fermamente contrario all’immigrazione. La proposta, inusuale e dettata da una crescente ostilità all’aumento dei flussi migratori, propone di limitare la popolazione del paese a 10 milioni entro il 2050 (oggi è 9,1). Il comitato italiano per il No, che ritiene che questa iniziativa mini i diritti fondamentali delle persone, è formato da Pd Svizzera, Avs Svizzera, Acli Svizzera, Fclis, Spi Svizzera, Unia e Syna.
“L’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni” non è che l’ultimo tassello di una tradizione discriminatoria che ha inizio con le famigerate iniziative Schwarzenbach degli anni Settanta – hanno spiegato le organizzazioni italiane -. Già allora, l’associazionismo migrante denunciava con forza come lo scandalo non fosse la sola iniziativa, bensì una politica che sfruttava lavoratrici e lavoratori negando loro dignità e diritti fondamentali, incolpandoli al contempo dei mali di uno sviluppo mal governato a beneficio di pochi”.
L’iniziativa dell’UDC, secondo il Comitato, “mina innanzitutto i diritti fondamentali, indebolisce la protezione dei lavoratori e delle lavoratrici migranti, limita il ricongiungimento familiare e rischia di svuotare il diritto d’asilo. Si aprono così nuove forme di ingiustizia sociale, con lavoratrici e lavoratori trattati come manodopera temporanea senza pieni diritti. Un ritorno a logiche di esclusione e precarietà che la Svizzera ha già conosciuto e che pensavamo superate”. Per le organizzazioni italiane il punto è chiaro: “il sistema svizzero è fondato su una migrazione di lavoro e le implicazioni dell’iniziativa avrebbero delle ripercussioni su tutti i lavoratori e su tutte le lavoratrici. Allo stesso tempo, verrebbero colpiti i pilastri dello Stato sociale. Ridurre la popolazione attiva significa ridurre i contributi a AVS e assicurazioni sociali, aggravando squilibri già esistenti in una società che invecchia. Ma l’impatto non è solo economico”.
“Anche le relazioni con l’Europa sono a rischio – hanno proseguito -. Non meno preoccupanti sono le conseguenze per le relazioni tra Svizzera ed Europa. La disdetta della libera circolazione e con essa degli strumenti di controllo dei salari, e poi inseguito attraverso la “clausola ghigliottina”, dell’intero sistema di accordi con l’Unione europea, con effetti devastanti su economia, occupazione, sicurezza, stabilità giuridica e coesione sociale”.
“La migrazione è ricchezza sociale, culturale, economica – aggiungono dal Comitato per il No -. Le comunità migranti in Svizzera ci ricordano che la migrazione non è riducibile a una questione economica o numerica, ma rappresenta una straordinaria ricchezza culturale e sociale. Da generazioni, le cittadine e i cittadini migranti contribuiscono in modo determinante allo sviluppo del Paese: dal lavoro nelle infrastrutture e nell’industria, fino al settore sanitario, alla ristorazione, alla cultura e alla ricerca. La presenza italiana, ad esempio, ha arricchito la Svizzera con lingua, tradizioni, creatività e spirito imprenditoriale, diventando parte integrante del tessuto sociale. Le seconde e terze generazioni sono oggi pienamente inserite nella società svizzera e costituiscono un ponte importante verso l’Europa.
“La migrazione non è un problema da ridurre a mera soglia rigida, ma una componente essenziale della prosperità e della coesione sociale della Svizzera” ha concluso il Comitato invitando a votare convintamente “NO” il 14 giugno e a mobilitarsi: “Difendiamo insieme i diritti, la dignità e il futuro!”. (focus\aise)