La voce di New York/ Trump scavalca il Congresso invocando “la guerra urgente” e ignora la Costituzione – di Massimo Jaus


NEW YORK\ aise\ - “Dalla Casa Bianca, Donald Trump ha parlato agli americani per spiegare la guerra contro l’Iran, ma più che una spiegazione è sembrata una costruzione della necessità. L’intervento, ha detto, era urgente, impellente, l’ultima possibilità di colpire prima che la minaccia diventasse ingestibile. Una formula che non serve solo a giustificare l’offensiva sul piano militare, ma anche a collocarla nella sfera dell’azione immediata del comandante in capo, riducendo nei fatti il tempo e lo spazio del confronto con il Congresso”. Su “La voce di New York” quotidiano online diretto da Giampaolo Pioli, Massimo Jaus commenta il discorso di ieri del Presidente Trump.
“Trump ha insistito su una minaccia crescente legata ai missili e alle ambizioni nucleari iraniane, sostenendo che attendere avrebbe esposto gli Stati Uniti, le basi all’estero e gli alleati a rischi maggiori. Ma il punto centrale del suo discorso non è stato tanto il dettaglio operativo quanto la cornice temporale, agire subito o pagare il prezzo dopo. È in questa narrativa dell’urgenza che si concentra la giustificazione politica dell’offensiva, senza peraltro fornire alcun dettaglio tangibile dell’urgenza vista dalla Casa Bianca. Cosa ha spinto il presidente due giorni fa a lanciare l’offensiva? Cosa è cambiato rispetto a due settimane fa o a due mesi fa? Perché ora?
L’operazione evidenzia infatti uno strappo istituzionale significativo, l’uso della forza deciso senza un passaggio sostanziale dal Congresso e dopo una consultazione ristretta, mentre mancano elementi pubblici che indichino una minaccia imminente tale da rendere inevitabile un’azione immediata. Il leader democratico alla Camera, Hakeem Jeffries, ha dichiarato di non aver ricevuto alcun briefing di intelligence prima dell’attacco, parlando apertamente di una violazione delle prerogative del legislativo.
La War Powers Resolution del 1973 impone al presidente di informare il Congresso entro 48 ore e di ottenere un’autorizzazione entro 60 giorni per operazioni prolungate. La Casa Bianca sostiene che l’azione fosse necessaria per colpire infrastrutture e obiettivi ostili, ma finora non ha mostrato prove pubbliche di un pericolo immediato che rendesse impossibile il passaggio preliminare parlamentare. Senza una minaccia documentata, la scelta appare sempre più come un atto unilaterale che scavalca il controllo democratico sull’uso della forza.
Nonostante le ripetute affermazioni sull’imminenza del pericolo, le giustificazioni restano ancorate a scenari di rischio strategico più che a evidenze verificabili di un attacco imminente. Questo scarto tra urgenza proclamata e prove disponibili sposta il conflitto dal terreno della difesa immediata a quello di una scelta preventiva, molto più delicata sul piano costituzionale.
Nel suo intervento Trump ha indicato una possibile durata della guerra di quattro o cinque settimane, salvo rivendicare subito la capacità degli Stati Uniti di sostenere un conflitto molto più lungo. Anche gli obiettivi elencati, dalla distruzione delle capacità missilistiche all’indebolimento strutturale del sistema militare iraniano, suggeriscono una campagna ampia, difficilmente compatibile con un’operazione breve e circoscritta.
I sondaggi, intanto, descrivono un Paese prudente e diviso. Secondo una indagine AP/NORC solo una minoranza degli americani approva gli attacchi contro l’Iran, mentre una quota rilevante li disapprova o resta incerta, e oltre la metà degli intervistati ritiene il presidente troppo incline all’uso della forza militare. Un dato che indebolisce ulteriormente la narrativa dell’intervento inevitabile e urgente.
Sul piano comunicativo, il discorso presidenziale ha alternato giustificazioni strategiche e frequenti divagazioni, passando dal ricordo dei soldati caduti a lunghe parentesi sulla ristrutturazione della Casa Bianca e sulla nuova ballroom, in un registro oscillante che rafforza l’impressione di una guerra raccontata più come atto personale di leadership che come decisione istituzionale collegiale.
In questo quadro politico già teso, a Washington circola anche un’altra lettura, più sussurrata nei palazzi del potere che ammessa ufficialmente, quella di una Casa Bianca interessata a spostare il baricentro del dibattito pubblico dalle polemiche interne, a cominciare dalle nuove tensioni legate al caso Epstein, verso una crisi internazionale capace di ricompattare l’agenda mediatica e istituzionale attorno alla sicurezza nazionale.
L’urgenza evocata dalla Casa Bianca appare così sempre più come una chiave politica oltre che militare, uno strumento che consente di concentrare la decisione sull’esecutivo e di aggirare i tempi e i vincoli del processo parlamentare. E proprio l’assenza, finora, di prove pubbliche di una minaccia imminente rende il dibattito a Washington non solo strategico, ma apertamente costituzionale, sulla legittimità di una guerra avviata in nome dell’emergenza più che di un pericolo immediatamente documentato”. (aise)